Voglia di avanguardia

Arte e Design | di Anna Mangiarotti | 21 gennaio 2011, 15:39

«La voglia di avanguardia», a parole e di fatto, distingue Ginevra Elkann nell’universo rosa della sua generazione. Per attirare l’interesse di media e lettori, non basta essere la nipote di Gianni Agnelli, e sorella dell’esuberante Lapo,  e di John, attuale presidente Fiat, ovvero appartenere alla vera royal family italiana. Da favola, certo, il suo matrimonio con il principe Giovanni Gaetani dell’Aquila d’Aragona, dal quale è nato Giacomo nel 2009. Ma la cerimonia nell’islamica Marrakech, in chiesa con rito cattolico, indossando una creazione firmata dall’israeliano Alber Elbaz per Lanvin, di non convenzionale ha avuto essenzialmente la mancanza di pubblica ostentazione: «Non si può essere blasè su tutto: con quest’abito mi sono sentita davvero una principessa», aveva del resto confessato la sposa. Per favorire il dialogo tra le culture, più efficace sembra la sua iniziativa di produrre Frontier Blues, film commedia molto apprezzato al Festival di Locarno lo scorso anno. Ambientato al confine di Iran, Turkmenistan e Azeirbaigian, è un affresco realistico di quotidiane povertà e speranze sospese nell’attesa di un cambiamento come di un miracolo. Lungometraggio diretto dall’iraniano Babak Jalali, amico e compagno di studi alla London Film School, dove Ginevra si è laureata con il corto Vado a messa: «Mi considero una nerd, una secchiona del cinema. Mio padre (lo scrittore Alain Elkann, ndr) mi portava da bambina a vedere film, tutte le domeniche. Poi, è diventata quasi un’ossessione». La settima arte, aveva spiegato il regista Akira Kourosawa, ne contiene molte altre. Anche l’arte di «saper vedere lo straordinario nell’ordinario». Quella che la Elkann cerca di raccontare pure nelle mostre alla Pinacoteca Giovanni e  Marella Agnelli di Torino, di cui ispira la linea culturale come vicepresidente, attraverso una ricognizione del grande collezionismo internazionale. Nell’inaugurare la rassegna aperta fino al 27 febbraio 2011, China power station, dalla collezione Astrup Fearnley, ha voluto sottolineare che «per tutti noi è doveroso ampliare lo sguardo su quanto sta succedendo in Cina in campo artistico, perché questo Paese in continua evoluzione rappresenta ormai una delle realtà importanti della scena dell’arte e dell’economia internazionale. Quando quest’estate ho scandagliato la Cina, sono rimasta colpita dall’energia e dalle factory degli artisti, che sembrano botteghe rinascimentali del XXI secolo. Quando ho visitato l’indipendente Vitamine Creative Space a Canton, ho scoperto anche piccoli capolavori, meravigliosi libri di artisti: la manualità in Cina è importantissima. Realizzarli da noi, credo, avrebbe costi folli». Con tutto questo andirivieni tra Oriente e Occidente, nella mostra torinese (e nel catalogo edito per la prima volta dalla Pinacoteca) si possono apprezzare le opere della generazione post-Mao, molte create fra 2005 e 2007, da artisti che sanno muoversi bene tra est e ovest, spirito e materia, tradizione e futuro. Il dialogo spingerà il vento del liberismo a mitigare, forse, il controllo del regime di Pechino, e qui la globalizzazione farà meno paura a tutti. Grazie alle avanguardie.

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