Infinito viaggiare

di Jeeves | 23 aprile 2012, 15:00

© Arno Rafael Minkkinen

Il viag­gio sem­pre rico­min­cia, ha sem­pre da rico­min­ciare, come l’esistenza, e ogni sua anno­ta­zione è un pro­logo; se il per­corso nel mondo si tra­sfe­ri­sce nella scrit­tura, esso si pro­lunga nel tra­so­loco dalla realtà alla carta– scri­vere appunti, ritoc­carli, can­cel­larli par­zial­mente, riscri­verli, spo­starli, variarne la dispo­si­zione. Mon­tag­gio delle parole e delle imma­gini, colte dal fine­strino del treno o attra­ver­sando a piedi una strada e girando l’angolo. Solo con la morte, ricorda Karl Rah­ner, grande teo­logo in cam­mino, cessa lo sta­tus via­to­ris dell’uomo, la sua con­di­zione esi­sten­ziale di viag­gia­tore. Viag­giare dun­que ha a che fare con la morte, come ben sape­vano Bau­de­laire o Gadda, ma è anche un dif­fe­rire la morte; riman­dare il più pos­si­bile l’arrivo, l’incontro con l’essenziale, come la pre­fa­zione dif­fe­ri­sce la vera e pro­pria let­tura, il momento del bilan­cio defi­ni­tivo e del giu­di­zio. Viag­giare non per arri­vare ma per viag­giare, per arri­vare più tardi pos­si­bile, per non arri­vare pos­si­bil­mente mai. (da L’infinito Viaggiare, Claudio Magris 2005)

Non tanto arrivare a una meta quindi, quanto percorrere un tratto di strada. Uno alla volta, magari cambiando anche idea sull’itinerario. Una metafora della vita che non tutti condividono, sempre avvinghiati allo stucchevole concetto di coerenza che mal si adegua ai viaggiatori, agli empirici e ai pionieri. E voi cosa ne pensate?

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