Manolo a Milano

Moda e Tendenze | di stefania cubello | 02 marzo 2017, 17:36

Le passioni segrete del designer Manolo Blahnik, in mostra a Milano con The art of shoes

Le scarpe «cambiano la nostra visione del mondo e la visione che il mondo ha di noi». Parafrasando Virginia Woolf in Orlando, Manolo Blahnik, il re dei tacchi a spillo, ha davvero rivoluzionato l’idea di femminilità. Le sue scarpe folli e dalle forme scultoree, miracoli di lacci, decori, tacchi vertiginosi, ricerca di materiali e forme, sono considerate autentici capolavori, e non solo dal mondo della moda. Lo stilista spagnolo, originario di Santa Cruz de la Palma nelle Isole Canarie, dove è nato 74 anni fa, è un uomo di eccezionale creatività, con interessi che da sempre spaziano ben oltre la moda e guardano alla storia, in particolare al ’700, epoca che predilige, all’arte, da Picasso a Henry Moore, alla letteratura, che definisce «la gioia della mia vita».

THE ART OF SHOES: LA MOSTRA MILANESE

Ci sono la storia, il cinema, ma soprattutto i 46 anni di attività nella mostra con cui Milano celebra il designer spagnolo Manolo Blahnik. The Art of Shoes, a Palazzo Morando (fino al 9 aprile). La retrospettiva, curata dallo stesso couturier con Cristina Carrillo de Albornoz, è divisa in sei sezioni e comprende 212 pezzi selezionati tra gli oltre 30mila modelli creati da Blahnik e 80 disegni, dalle scarpe realizzate per film come Marie Antoinette di Sofia Coppola e Sex and the city, a quelle ispirate ai suoi maestri.

LE PASSIONI DI MANOLO

1 Milano. Molta parte della mia vita e del mio lavoro sono legati a questa che considero essere la mia seconda casa, dopo Londra, dove risiedo. Produco le mie scarpe in Lombardia, alle porte di Milano, grazie al lavoro degli straordinari artigiani con i quali collaboro da decenni e che ho conosciuto tramite Anna Piaggi, una vera sorella per me e fonte d’ispirazione. Un’altra figura importante per la mia carriera, e che mi lega a Milano, è Franca Sozzani, alla quale dedico la mia mostra.
2 Luchino Visconti. Del cinema europeo, di cui sono grande appassionato, è il regista che amo di più. Tutta la sua opera è da sempre fonte d’ispirazione per me e per il mio lavoro. Il suo Gattopardo è un capolavoro, ma ho amato tanto anche Il lavoro, in Boccaccio ’70, con Romy Schneider, la mia favorita, e Ludwig. Ho avuto la fortuna di incontrare Visconti in un paio di occasioni. Quando gli chiesi perché fosse così appassionato di cinema in costume disse che «Senza la tradizione non siamo niente». Ne fui molto colpito. Le mie creazioni nascono da ispirazioni storiche.
3 Il Gattopardo. A costo di ripetermi, è l’opera alla quale mi sento più legato. L’ho scoperto verso la fine degli anni 50 grazie a mia madre, che me lo leggeva nell’edizione spagnola. Credo sia il romanzo più bello che sia mai stato scritto. Con mia madre ne recitavamo le parti: io facevo Don Fabrizio, personaggio al quale mi sono immediatamente appassionato per la sua eleganza.
4 Guendalina. Il mio cane, il motivo per cui appena posso torno a La Palma, nelle Canarie. È una trovatella. La adoro, è affettuosissima e ne fa di tutti i colori. L’ho chiamata Guendalina, come il film di Alberto Lattuada con Jacqueline Sassard.
5 Riccardo Muti.
L’opera è una mia grande passione. Adoro Riccardo Muti e ho appena preso un suo cofanetto, Muti alla Scala.
6 Silvana Mangano. Fra le muse che mi ispirano, è la mia preferita. Era solo una ragazza in Riso amaro, ma aveva già classe: è la dimostrazione che l’eleganza o ce l’hai o non ce l’hai...
7 Brick. La prima scarpa che ho disegnato, una mattonella, letteralmente. Ma cosa ci posso fare? Adoro i tacchi alti, gli eccessi, le scarpe ingioiellate. Guardate una donna camminare sui tacchi, cambia l’andatura, è proprio quell’incedere incerto, che la rende così sexy.

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