Paolo Cognetti

Cultura e Spettacolo | di ilaria de bartolomeis | 08 settembre 2017, 17:03

LE VETTE ISPIRANO I SUOI RACCONTI E NE SONO LO SFONDO. IN QUESTO PAESAGGIO HA SCRITTO LE OTTO MONTAGNE, IL ROMANZO CON CUI HA VINTO IL PREMIO STREGA 2017

«Non era tanto un bisogno di partire, quanto di tornare; non di scoprire una parte sconosciuta di me, quanto di ritrovarne una antica e profonda, che sentivo di avere perduto».
Così Paolo Cognetti, vincitore del premio Strega 2017 con il libro Le otto montagne, inizia Il ragazzo selvatico, un diario della sua esperienza in montagna, nei luoghi più remoti della Val d’Ayas, ai piedi del Monte Rosa.


Cos’è il ritorno?
Paolo Cognetti. Quel ritorno è un ritorno privato ma anche generazionale. Mi sono re- so conto di far parte di una generazione di figli che cercano di tornare nei luoghi dei loro padri. I nostri genitori, spesso, hanno lasciato le montagne e le campagne per costruirsi una vita in città. Noi stiamo facendo il percorso opposto, soprattutto per il bisogno di trovare un nuovo inizio.
Quella parte antica e profonda?

Paolo Cognetti.Sì, dove il termine profondo sta a indica-re l’armonia del corpo con il luogo in cui si vive. Per me quel luogo è la montagna, dove provo un senso di felicità non razionale, dove il mio corpo mi dice che quello è il mio po-sto. Conosco la montagna da prima di averne ricordi, non perché vi sia nato o sia figlio di scalatori ma perché ha sempre fatto parte della mia esperienza, ha sempre occupato il mio sguardo. Forse questo è uno dei motivi per cui la montagna riesce a commuovermi. Quando lascio la città e comincio a percorrere quella strada che mi porta in quota, dentro di me succede qualcosa: raggiunti i 1.500 metri di al- titudine, e poi i 2.000, provo una straordinaria sensazione di appartenenza a quello spazio.
Che cos’è lo spazio?
Paolo Cognetti. Da bambino pensavo che lo spazio fos- se qualcosa di molto piccolo, chiuso, ristretto. Per me lo spazio era quello della mia camera della casa di Milano ed era uno spazio che condividevo con mia sorella. Fuori dalla mia stanza, lo spazio era quello della città: ordi-nato, confinato, pieno di limiti, pericoli. Poi ho scoperto lo spazio libero della montagna, ho capito che esisteva un luogo in cui si può camminare per giorni senza sosta, senza mai incontrare un divieto. Questa è la meraviglia della montagna. In questi luoghi lo sguardo è libero, qualunque punto riesca a raggiungere la mia vita, quello è un posto che posso raggiungere. Quello della montagna è uno spazio carico di fascino.
È così sconfinato da far venire le vertigini?
Paolo Cognetti. Sì, questo è il bello.
A proposito di occhi, hai scritto: «Hervé sul Cervino è riuscito anche ad aprire delle nuove vie, per dimostrare che non sono vecchie le montagne ma solo gli occhi di chi le guarda».
Paolo Cognetti. Viviamo con un senso di decadenza, di fine. Sembra che tutto sia già stato fatto. Le generazioni che ci hanno preceduto conti- nuano a raccontare la loro giovinezza come gloriosa, loro hanno fatto le rivoluzioni, loro
hanno compiuto conquiste importanti e noi siamo condannati a ripetere ciò che è stato fatto. In montagna, per esempio, sembra che non ci siano vette inviolate ma io non cre- do che sia così. È la testa delle persone a essere vecchia, non il mondo. In questa consapevolezza c’è la possibilità per il tutto.
Che cos’è il tempo?
Paolo Cognetti. È una scoperta, è il tentativo di trovare armonia ed equilibrio. Io ho scelto che il mio tempo sia vuoto, senza impegni, senza un calendario perché solo in quella condizione nasce la mia scrittura. Alle volte, però, questo tempo vuoto può spaventare perché in nella dimensione disa-bitata si incontra anche la noia e la solitudine.
Che cos’è la solitudine?
Paolo Cognetti. È qualcosa che mi attira e, nello stesso tempo, mi intimorisce. Non è mai uno stato di felicità ma è una condizione necessaria, è qualcosa di difficile a cui bisogna allenarsi: tornando in montagna dopo un periodo trascorso in città, i miei occhi e le mie orecchie devono riconnetter-si alla solitudine. Come dice Pietro ne Le otto montagne, la solitudine è buona ma non del tutto. Nella mia c’è di buono la scrittura, appunto, e gli incontri, che nella condizione d’eremita assumono un significato speciale.
Nella solitudine c’è silenzio?
Paolo Cognetti. Il silenzio non esiste, è solo un’idea degli uomini. Anche in assenza di voci c’è qualcosa che le nostre orecchie riescono a sentire, suoni leggeri, lontani.
Quindi anche nell’apparente nulla c’è il tutto?
Paolo Cognetti. Sì, il tutto è un sogno di vita vissuta in pienezza, sia in solitudine che in condivisio-ne con gli altri. Per spiegare questo voglio citare Jack Kerouac quando scrive dei «pazzi di voglia di vivere… quelli che non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, brucia- no come favolosi fuochi d’artificio». Alle volte mi capita di avere giornate così, per esempio camminando.
Che cosa rappresenta il cammino?
Paolo Cognetti. Un rapporto privato con la fatica: è una prova che la montagna ci chiede per arrivare allo stato di grazia. Una condizione a cui si può accedere solo sfidando se stessi. In quei momenti la testa si pulisce, i pensieri diventano più nitidi. Da questa esperienza nascono le pagine più belle. Il cammino può essere condiviso con un amico: così nascono le amicizie più profonde.
Qual è il tuo libro preferito?
Paolo Cognetti. Non ne esiste uno solo ma sicuramente Due di due di Andrea De Carlo, letto all’età giusta, mi ha indirizzato: mi ha dimostrato che possono esistere molte vie possibili, non una sola. È un libro sulla possibilità, sulla scelta.
Il film?
Paolo Cognetti. Anche in questo caso potrei citare molti titoli, moltissimi capolavori dal punto di vista artistico ma quelli che in qualche modo hanno influenzato il mio pensiero sono stati L’attimo fuggente e Into the wild. Entrambi si rifanno a Henry Thoreau.

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