Storie di viaggio

Viaggi e Sapori | di Nanni Delbecchi | 05 febbraio 2018, 11:25

“Lo vedrai, a Cartagena è tutto diverso.” Questo disse la padrona dell’albergo allo studente squattrinato che aveva affittato una camera per la sua prima notte in città. Correva l’anno 1948, “e quel pronostico si rivelò valido per tutta la vita”, avrebbe scritto nell’autobiografia Vivere per raccontarla quello studente, che si chiamava Gabriel Garcia Marquez, e nel 1982 aveva vinto il Nobel per la letteratura.

Settanta anni dopo, quel pronostico vale ancora. Che ci si arrivi per la prima volta nella luce ardente del mattino o in quella malva delle sei del pomeriggio, a Cartagena des Indias tutto è diverso, da qualunque parte ci si volti, e non si finirebbe mai di voltarsi. Otto forti guardano la Bahia de las animas, le sue isole e le sue lagune. I cannoni del Castello di San Felipe guardano il Mar dei Caraibi, per secoli hanno difeso la Ciudad Eroica, dagli assalti dei terribili corsari britannici, da Francis Drake a Henry Morgan. I baluardi delle mura che la circondano per intero guardano le facciate e le cupole del casco antiguo, uno dei nuclei monumentali meglio conservati del Sudamerica.

Fondata nel 1533, divenuta per due secoli il più importante centro di raccolta di schiavi delle Americhe, Cartagena è un melting pot di colori, sapori, razze, culture rimasto unico anche nella nuova Colombia del presidente Juan Manuel Santos (un altro premio Nobel, questa volta per la pace). Come il villaggio di Macondo dovette affrontare cent’anni di solitudine, la Colombia intera ne ha appena conclusi cinquanta di guerra intestina. Firmata la pace con i guerriglieri della Farc, i cartelli dei narcotrafficanti in ritirata, il Paese sta conoscendo uno sviluppo economico impetuoso, di cui il turismo è una voce importante, e la Ciudad Eroica è diventata il biglietto da visita di un Paese che ha voltato pagina, ma vuole conservare il suo incanto senza tempo.

Il casco antiguo, scrigno minuscolo di una metropoli da oltre un milione di abitanti, è un reticolato di strade strette e dritte, punteggiate dagli edifici in stile coloniale e repubblicano con i loro balconi fioriti, i  loggiati, i battiporta intonacati di bianco, azzurro, ocra, rosso, i cortili profondi e segreti, i giardini tropicali abitati da alberi secolari. Sui marciapiedi, nei conventi, nei cortili e nei palazzi residenziali restaurati e recuperati a nuova vita, si aprono i negozi, gli hotel boutique, i ristoranti fusion, i locali di tendenza, gli show room degli artigiani e degli stilisti. I venditori di involtini di platano, di acqua di cocco, di veri e falsi cohiba, di cappelli di paglia, le palenqueras in abito tradizionale, il vassoio colmo di frutti tropicali in equilibrio sopra la testa, i coltivatori e torrefattori di caffè, i musicisti di strada, i danzatori di salsa e di champeta, i vetturini delle carrozze a cavalli, gli orefici specializzati nella montatura di smeraldi; tutti vi vengono incontro, vi salutano e vi sorridono. Così la vita scorre nell’indolenza sensuale del Caribe, dove le stagioni sono solo due -caliente e muy caliente-, dove le leggende e i fantasmi sono anch’essi di casa, confusi e indistinguibili nella folla che sciama senza sosta.

Lo studente Gabriel Garcia Marquez, allora ventunenne, avrebbe trovato il suo primo lavoro da giornalista, al quotidiano El Universal; e a forza di raccogliere le storie di cronaca tra i marinai e le prostitute del porto scoprì una linfa inesauribile anche per la sua vocazione narrativa; per tutta la vita continuò a frequentare questa città dove tutto è diverso, “dove anche le illusioni più folli finiscono per essere vere e si conosce l’altro lato della realtà”.

Come c’è una Londra di Dickens e una Parigi di Balzac, c’è una Cartagena di Gabriel Garcia Marquez capitale del realismo magico. Per rendersene conto basta seguire le tracce delle sue opere; in particolare, basta una passeggiata nel centro storico per ritrovarsi tra le pagine dell’Amore ai tempi del colera, il romanzo dove sebbene mai nominata Cartagena è chiaramente riconoscibile in quanto teatro perfetto di una passione infinita, il luogo dove una vita intera non è poi un’attesa così lunga. Plaza de la Aduana, Plaza de San Pedro Claver, Plaza Santa Teresa, Plaza Santo Domingo… tra le tante piazzette alberate di cui il casco è disseminato, merita una sosta in più Plaza Fernández de Madrid, ribattezzata nel romanzo Parco dei Vangeli. Qui il protagonista Florentino Ariza attende ogni giorno il passaggio di Fermina Daza “sulla panchina meno visibile del giardinetto, fingendo di leggere un libro di poesie all’ombra dei mandorli.” Un gruppo di studenti universitari ha realizzato l’audioguida La Cartagena de Gabo da cui si scopre per perfino il bianco balcone da cui appare la bella Fermina, quello di una casa sul lato orientale della piazza, un batacchio a forma di pappagallo sul portone d’ingresso.

Muovendo in direzione della Torre dell’Orologio, il Big Ben locale situato nei pressi della porta principale della città, si incontra prima la Plaza de los coches affollata di vetturini in attesa delle coppie che vengono a sposarsi qui da tutta l’America Latina, quindi il Parque de Bolívar, con la statua del Libertador e il Palazzo dell’Inquisizione trasformato in museo.

In L’amore ai tempi del colera questa piazza viene ribattezzata Portal des Escribanos, Arcata degli Scribi, perché è qui che Florentino si consola dei rifiuti di Fermina mettendosi a scrivere lettere d’amore per conto degli analfabeti. Passando nell’aristocratico barrio di San Diego, poco oltre la Plaza Santo Domingo e l’Hotel Santa Clara, del cui bar Gabo era un habitué, sorge la casa dello scrittore, oggi di proprietà della moglie. Impossibile non notarla: è uno dei rarissimi edifici del centro in stile modernista, fatto erigere da Garcia Marquez sulle macerie di una vecchia villa coloniale proprio ai margini della città vecchia, di fronte al mare.

Già, il Mar Caribe. Il centro storico è una bomboniera così intima che c’è il rischio di dimenticarselo. Ma anche fuori dalle mura il fascino di Cartagena resta lo stesso, e ancora una volta non si sa da quale parte voltarsi. Si può salire su un baluardo delle mura, ordinare un daiquiri e aspettare il tramonto, oppure passeggiare tra i murales del quartiere Getsemani fino al Café Havana, altro luogo ricorrente degli scritti (e della vita) di Garcia Marquez; o ancora arrivare fino al porto e imbarcarsi su una lancia, alla scoperta la Bahia de las Animas e della penisola della Boca Grande, il quartiere residenziale, stile Miami Beach, sorto negli anni Novanta.

Ma si può anche prendere un taxi e dirigersi nella Cartagena degli umili, del popolo che vive ai margini e ancora stenta a godere della ripresa economica, il popolo che vende, compra, cucina, mangia per i cunicoli coperti del mercato di Bazurto, pesce, carne, spezie, ortaggi, frutta, squame d’argento, viscere fumanti, cani randagi, pellicani affamati e pentoloni ribollenti. Si rischia di perdersi a ogni passo, nel labirinto del Bazurto, ma è qui che potreste trovarvi faccia a faccia con il colonnello Aureliano Buendia e il ricordo della sua convulsa, lussureggiante, allucinata Macondo. Tra i mille motivi per venire a Cartagena, ce n’è uno più diverso degli altri, andare alla scoperta dei misteri del realismo magico. Ci sono angoli del mondo dove la magia è la materia prima della realtà; l’immaginazione segue al guinzaglio, e prende nota.

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