Perla del Golfo

Viaggi e Sapori | di Enrico Dal Buono | 05 aprile 2018, 11:08

Per buona parte del ’900 i qatarioti si sono arrangiati pascolando capre e pescando perle nel Golfo Persico. Negli ultimi decenni, dopo la scoperta di petrolio e gas naturale sotto il deserto, le perle vengono a cacciarle in Occidente. Sono, infatti, più o meno direttamente di proprietà di Tamim bin Hamad al-Thani, monarca del Qatar, gioielli dello sport come il Paris Saint-Germain e della moda come Valentino. Senza dimenticare i magazzini più famosi della storia, Harrods, e l’emittente araba più popolare di sempre, Al Jazeera. Chi vola verso l’Asia o l’Oceania con Qatar Airways (qatarairways.com), migliore compagnia aerea del mondo nella classifica 2017 di Skytrax, ha l’occasione di scoprire il piccolo Paese (2 milioni e 300mila abitanti all’85% stranieri) da cui proviene questo prodigioso flusso di denaro. Perché ora lo sceicco, attraverso una politica di incentivo allo stopover, vuole che il mondo intero venga in Qatar. Ecco che cosa vedere.

DOHA, IL GRANDE ALBERO
Nel tragitto tra l’aeroporto e la capitale Doha si susseguono colonne di luce a colori tempestate di scritte da destra a sinistra, primo sintomo di quell’alchimia qatariota che trasforma la tradizione araba in attrazione pop. La città si affaccia su una baia. Il mare è circondato dalla Corniche, una passeggiata di 7 chilometri con aiuole, fiori e palme, che s’inarca in direzione dello skyline simbolo dell’Emirato. Fino a pochi decenni fa, l’unica forma che svettava sulla distesa di acqua e di sabbia era una maestosa tenda in cemento, lo Sheraton Hotel. Ora i grattacieli quasi si pestano i piedi: dal Doha Media Center di 286, alle due Palm Tower da 245. E questa proliferazione è tutt’altro che conclusa. Dopo gli abiti arabi, che vestono anche gli omini stilizzati sui segnali di attraversamento pedonale, i capi più diffusi sono le pettorine catarifrangenti. Quelle indossate da chi gioca a calcetto nei tanti campi in sintetico e quelle degli operai al lavoro negli ancor più numerosi cantieri. Così frequenti anche perché qui, tra quattro anni, arriverà il calcio in mondovisione: da tre, gli stadi dovranno diventare 12. Ancora in costruzione è pure il nuovo Museo Nazionale, una rosa del deserto da 150mila metri quadrati progettata da Jean Nouvel. Per dormire nella capitale, Intercontinental The City (ihg.com).

IL QUARTIERE CULTURALE
Sulla costa nordoccidentale di Doha, a ridosso di una ruota panoramica e di una collina di sabbia su cui sono riusciti miracolosamente a far crescere l’erba, si trova il quartiere culturale Katara. C’è una moschea dorata a due passi dalla battigia; un anfiteatro in marmo che ospita concerti di jazz e di classica; The force of Nature, scultura metallica di Lorenzo Quinn (figlio dell’attore Anthony) in cui una Madre Natura acefala fa ruotare come un peso olimpico il globo terrestre; teatri, gallerie, mostre; sulla spiaggia, ristoranti, bar e un mercato che si tiene ogni giorno, tra le 16 e le 22.

LA RIVIERA D’ARABIA
Non troppo distante da Katara si protende un’isola artificiale a forma di ostrica, The Pearl, in memoria dei tempi in cui l’economia locale si reggeva sulla pesca delle conchiglie più amate dalle donne. Ma le risorse impiegate sono evidentemente debitrici del successivo sfruttamento dei giacimenti di combustibile fossile. Gli opulenti complessi residenziali si alternano alle vie puntellate da ristoranti (da segnalare, il libanese Sabah W Masa, sabahwmasa.com) e dai negozi del lusso occidentale, da Fendi a Loro Piana, da Etro a Ferrari. Tra i corsi alberati, le casse Bose diffondono musica d’atmosfera. L’ammirazione per l’Occidente si concretizza anche in una marina turistica mediterranea, Riviera d’Arabia, e perfino in un quartiere d’ispirazione veneziana, con tanto di canali e archi in stile Serenissima.

DOVE ABITA L’ARTE
Il Museo di Arte Islamica, progettato da Im Pei, da fuori si presenta come una donna in abaya bianca, con due finestre per occhi. Dentro, molti pregiudizi occidentali vacillano. Per dirne uno: la famigerata iconoclastia musulmana non riguarda la produzione artistica tout court, ma solo quella religiosa. Da qui, con una navetta, si raggiunge il Mathaf, il Museo d’Arte Moderna. L’edificio custodisce una collezione permanente di capolavori post-coloniali e le mostre temporanee di maestri come Dia Azzawi. «Vogliamo diventare un punto di riferimento», racconta Abdullah Karroum, direttore marocchino del museo.

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