Art Mixology

Arte e Design | di Giuliana Di Paola | 12 aprile 2018, 11:10

Centottantaquattro gallerie presenti, provenienti da 19 paesi, con un aumento del 5% rispetto al 2017, questi i numeri della 23a edizione di Miart, l’appuntamento, ospitato dal 13 al 15 aprile a Fieramilanocity, che mette Milano al centro della cartina artistica internazionale. Per dirla a parole, invece, ne basterebbero due: Gagosian, il gallerista con 16 spazi espositivi in tre continenti che partecipa per la prima volta, e Intesa Sanpaolo, il colosso bancario con vocazione per l’arte nel Dna che da quest’anno è main sponsor della manifestazione. A raccontare come ci si è arrivati è Alessandro Rabottini, direttore artistico del Miart che Gentleman ha incontrato alla Fondazione Carriero, piccola perla, nascosta dietro piazza San Babila, e uno degli spazi che animano la settimana della Milano Art Week con la mostra dedicata a Sol LeWitt, Between the Lines, a cura di Francesco Stocchi e Rem Koolhaas. Classe 1976 ma con un lungo curriculum da curatore, al Gamec di Bergamo, prima, e al Madre di Napoli, poi, Rabottini è stato chiamato da Fiera Milano a prendere il posto di Vincenzo de Bellis che, due anni fa, è andato al Walker Art Center di Minneapolis e gli ha passato il testimone.

Alessandro Rabottini, direttore artistico del Miart, alla Fondazione Carriero di Milano.

Gentleman. Che novità ci saranno nel suo secondo Miart?

Alessandro Rabottini. In questi anni Miart è stata una fiera in crescita organica e costante: c’è sempre stato un miglioramento nel numero delle gallerie ma soprattutto nella qualità.

G. Nel 33% di gallerie new entry quest’anno c’è Gagosian.

A.R. Certo è importante che Gagosian partecipi, come anche Almine Rech e Thomas Dane, ma è fondamentale anche che gallerie internazionali tornino dalle edizioni precedenti, come Barbara Gladstone che viene per la seconda volta e per König è il quarto anno. Ed è altrettanto importante: tante gallerie, soprattutto le italiane che sono la nostra ossatura, confermano di anno in anno la propria presenza. Questo dà la misura del lavoro fatto, che sta iniziando a dare i suoi frutti.

G. Miart è diventata una realtà consolidata.

A.R. Questa è un’edizione che, secondo Fiera Milano, segna l’ingresso in una fase di maturità. Tutti i partner, che ci permettono di organizzare i premi, i talk ecc., ci accompagnano da anni, da Herno a In Between Art Film, a Snaporazverein, LCA studio legale e Cedit. Queste conferme non sono un dato neutro, vuol dire che il formato funziona.

G. Tra i partner c’è l’altra grande novità: si è aggiunto Intesa SanPaolo come main sponsor.

A.R. Sì, è il primo anno che abbiamo un main partner che per di più è un istituto bancario così prestigioso e già così coinvolto col mondo dell’arte, il che è importante perché la partnership si può sviluppare sui contenuti.

G. Com’è andata, li avete cercati o vi hanno cercato?

A.R. Ci siamo cercati e ci siamo trovati: credo che le cose quando accadono, è perché c’è una necessità che accadano. L’espressione naturale di un’esigenza, una cosa che è nell’aria. Per esempio, Fidenza Village, partner dall’anno scorso per un premio, ha aggiunto ora il suo sostegno per delle visite guidate gratuite per il pubblico, che prima non c’erano.

L'edizione 2018 del Miart, si tiene a Fieramilanocity, dal 13 al 15 aprile.

G. A proposito di coinvolgimento dei non addetti ai lavori, la Milano Art Week è ormai un Fuorisalone. Si è partiti da una fiera di settore e si è arrivati a una settimana che coinvolge il pubblico più generico, un’apertura voluta?

A.R. Fortemente voluta. L’assunto di base della Milano Art Week è proprio quello di coinvolgere tutta la città. Per anni abbiamo lavorato in questo senso con il Comune e tutte le istituzioni coinvolte a cui quest’anno si uniscono per la prima volta anche gli spazi non profit. Ma è anche connaturato al fatto che l’arte è un linguaggio molto inclusivo.

G. Ma alcuni trovano l’arte contemporanea respingente.

A.R. Anche quando può sembrare usi linguaggi di difficile assorbimento, non c’è mai una risposta neutra nei confronti dell’arte, è un terreno che coagula tante questioni di carattere fondamentale per l’esistenza. Poi Miart si occupa di moderno e contemporaneo, un’ampiezza cronologica che va dagli inizi del ’900 a sperimentazioni più giovani, ha un’offerta che può attivare tipi di pubblico diversi.

G. Lei l’aveva paragonata a un concept store…

A.R. Dico sempre che è una fiera polifonica: ha tante voci che parlano a pubblici diversi. In un concept store c’è una grande varietà di cose, ma un’estrema selezione, l’analogia era per far capire che al Miart trovi tipologie molto diverse di gallerie, da blasonata che tratta il post war alle più sperimentali, che magari dialogano nella sezione Generations.

Sterling Ruby (Gagosian) dialoga con Burri (Mazzoleni) nella sezione Generations.

G. Come si posiziona Miart tra Art Basel, Fiac e Frieze?

A.R. C’è ancora strada da fare, ma negli anni si è guadagnata una certa fama per l’atteggiamento progettuale che ha espresso e la qualità. In Italia credo che abbia conquistato un primato. All’estero sta acquistando una sua fisionomia e in un momento, in cui il calendario delle fiere è infinito, avere un’identità forte e trasmetterla è una risorsa enorme.

G. Se la dovesse sintetizzare, quest’identità?

A.R. Quello che è stato fatto in questi anni è stato fatto nella direzione che Miart esprimesse il Dna di Milano, una città con un’immagine sofisticata, quando la si pensa, si pensa alla cura della cose e al dialogo tra le diverse discipline, soprattutto legate all’immagine, moda, design, editoria.

G. Che rapporto c’è con il Salone del mobile, che inizia appena finisce il Miart, vi cannibalizzate o sostenete?

A.R. C’è una contiguità non solo temporale, sono campi molto prossimi: tanti vengono per il Miart e si fermano per il Fuorisalone o anticipano l’arrivo al Salone per l’Art Week.

G. La sezione Objects, dedicata al design in edizione limitata, è un ambito in crescita?

A.R. Credo che i numeri di Objects (si tratta di 14 gallerie), sono proporzionali allo stato del mercato.

G. In che direzione va, invece, il mercato dell’arte?

A.R. C’è sempre più interesse nei confronti dello storico, cui anche le generazioni più giovani guardano. Storico consolidato, ma anche quello di scoperta. La storia dell’arte come l’abbiamo conosciuta è in realtà in espansione perché ci sono tante cose che non sono state adeguatamente valorizzate, com’è successo per le artiste donne, ma questo vale anche per aree geografiche, continenti non abbastanza esplorati.

Ergin Çavuşoğlu (Guggenheim Museum) alla Gam, fino al 17 giugno.

G. A proposito di aree emergenti, il Guggenheim Museum di New York per l’Art Week porta le recenti acquisizioni in Africa e Medio Oriente.

A.R. Sì, in questo caso si tratta di contemporanea, ma decidere di portarle proprio in concomitanza con Miart, è un segnale da non sottovalutare del prestigio che ha acquisito.

G. Altre aree inesplorate o sottovalutate?

A.R. Ci sono artisti dalla forte individualità e che hanno espresso una voce fuori dal coro, ma che si sono mossi al di fuori dei movimenti, eccentrici. Hanno il loro momento ora perché viviamo in un periodo storico di estrema individualità, facciamo fatica a riconoscerci in una narrazione collettiva.

G. Come spiega il rapporto così stretto tra arte e moda, da Pinault a Louis Vuitton, da Prada a Trussardi…

A.R. Sono due campi che intercettano quello che sta succedendo e lo traducono in una forma o addirittura lo anticipano e lo determinano. Si occupano di fornire un’interpretazione visiva ai tempi, il che vale un po’ per tutte le discipline legate all’immagine. Poi tutto con il mondo digitale s’interseca: nel mio feed di Facebook in questi giorni s’incrociavano exit poll, sfilate di Parigi e Oscar.

Visitatori alla scorsa edizione del Miart.

G. Nell’era digitale, però, il collezionismo tiene: ai Millennials non interessa comprare casa, ma quadri, sì. Come lo spiega?

A.R. L’arte è diventata popolare, molto più di dieci anni fa, soprattutto a Milano dove sei esposto quotidianamente all’arte e l’offerta espositiva è molto ampia. L’altra considerazione è che non serve una disponibilità economica illimitata, se punti su artisti emergenti e hai una galleria di cui ti fidi. Poi ovvio che, sei vuoi l’opera matura dell’artista maturo, devi investire molti soldi, ma tante collezioni sono state fatte con budget molto ragionevoli. Io stesso rateizzo gli acquisti: non ho la macchina, così rateizzo quadri.

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