Abu Dhabi

Viaggi e Sapori | di Enrico Dal Buono | 17 dicembre 2018, 13:14

Un sarcofago greco e uno egiziano accostati come nella doppia di un hotel, teste di Buddha e di Socrate così vicine da potersi parlare sottovoce, un bodhisatva pakistano che dialoga con un oratore dell’antica Roma: entrambi in toghe drappeggiate, nella posa del contrapposto. Le 600 opere del Louvre di Abu Dhabi, inaugurato nel 2017, tratteggiano il minimo comun denominatore della creatività umana. Nelle sue 12 sale-capitolo, il primo museo universale del Medioriente mostra ora quali opere si stessero producendo in una stessa epoca ma in diversi luoghi del pianeta, ora come un identico tema sia stato trattato dalle differenti culture nel corso della Storia. L’impressione complessiva che se ne ricava è che tutto sia interconnesso, impastato con l’altro da sé, contaminato, parente, che tutto sia uno. Coerentemente, il paese che ospita questo grande libro dell’epopea sapiens, custodito sotto la cupola arabescata di Jean Nouvel, sembra deciso a eliminare le residue differenze che lo separano dall’Occidente.

Oggi l’economia dell’Emirato non si basa più soltanto sul petrolio, che adesso rappresenta il 30% del pil. Col piano Vision 2030, il governo ha impostato una riforma dell’economia nazionale per valorizzare turismo e servizi, per espandere le dimensioni della capitale Abu Dhabi City e per raddoppiarne la popolazione con l’arrivo di ulteriori expat, che con le loro 200 nazionalità costituiscono già l’80% dei residenti. Da gennaio 2018 è stata introdotta l’Iva al 5%: anche gli autoctoni proveranno per la prima volta il brivido di pagare le tasse. In questo contesto, l’Emiratisation Program punta a introdurre un numero crescente di emiratini, abituati per decenni a campare più che altro grazie ai proventi dell’estrazione, nel mondo del lavoro, in particolare nel settore privato.
«Sono iniziative intelligenti, ma non vorrei che andando così veloci verso il futuro lasciassimo troppo indietro il nostro passato. Se perdessimo l’identità non saremmo più speciali: saremmo uguali a tutti gli altri», dice la ventiseienne emiratina Maitha. In collaborazione con l’ente Visit Abu Dhabi, organizza cene a casa propria nel rispetto della tradizione beduina.

Si inizia con il caffè: va servito prima all’ospite più anziano, si versa solo fino a metà tazza altrimenti equivale a un invito a togliere il disturbo, si riceve sempre con la mano destra, va accompagnato a datteri in numero tassativamente dispari. «Fino a pochi decenni fa era il rito centrale degli incontri tra nomadi nel deserto», spiega Maitha. «Nel majlis, il salotto beduino, si parlava di politica e società: il cameriere era di preferenza sordo tanto gli argomenti erano delicati». Poi, nel servire per terra, attorno al cerchio di foglie di palma intrecciate chiamato srood, pietanze come la crema di semi e agnello detta mathrooba, la padrona di casa spiega che il suo obiettivo è mostrare agli stranieri le ragioni storiche degli usi arabi. «Il saluto naso-naso, per esempio, è nato perché chi si incontrava durante le traversate delle dune di norma aveva le mani troppo impegnate per una stretta».
Oggi il deserto si è svuotato di abitanti e viaggiatori, ma le dune sono ancora tutte lì, e continuano a parlare con la loro voce cavernosa prodotta dal vento che sfrega i granelli di gesso contro la più pesante componente ferrosa, quella che le tinge di rosso. Partendo dal resort Qasr Al Sarab, ispirato alla terrosa edilizia tradizionale, si possono scalare le cime, soffici e alte fino a 300 metri, anche in 4×4, e poi, una volta giù, accelerare nelle praterie di sale bianco percorse da orici e gazzelle.

La velocità tocca i 250 chilometri all’ora a bordo dei prototipi SST nei rettilinei del circuito di Yas Marina, dove si corre pure il Gran premio di Formula 1. «Ti accorgi che stai invecchiando quando per prendere una certa curva piena invece di un giro ce ne metti cinque», scherza Francesca Pardini, ex campionessa italiana di prototipi. Ad Abu Dhabi da quattro anni, chi vuole sperimentare accelerazioni che ti inchiodano la schiena al sedile e ti sollevano lo stomaco di qualche centimetro, si accomoda accanto a lei nell’angusto abitacolo scoperto del prototipo. «In questa regione è tutto molto meritocratico, femmina o maschio non importa. Se rendi, ottieni. Tengo anche corsi di guida per donne in Arabia Saudita, che da quest’anno possono andare in auto da sole».
Ad Abu Dhabi, già oggi, per ogni laurea maschile ce ne sono tre femminili. Una l’ha in tasca Ayesha Hadhir, giovane project coordinator di Warehouse 421, magazzini del porto della corniche riconvertiti in spazi espositivi dal 2015. «Qui si tengono anche workshop, concerti, proiezioni e dibattiti», dice l’emiratina. «Alterniamo esibizioni di artisti locali e internazionali. Lo scopo principale è quello di attirare qui dentro il mondo in modo da fargli scoprire i migliori giovani creativi di Abu Dhabi, come l’artista concettuale Zeinab Al Hashemi».
Il connubio tra vita da spiaggia e scuola di vita sarà la combinazione vincente per il turismo dell’Emirato. Almeno secondo Jennet Abrahams, director of sales and marketing del Park Hyatt dell’isola di Saadiyat, donna pure lei, ma di Londra. «Sembra paradossale, ma qui ti puoi arricchire con la cultura e ti puoi godere l’arte meglio che in Europa», dice. «Se pensi alla folla, al traffico, alle file, ai parcheggi, vedere la Monnalisa al Louvre di Parigi può trasformarsi in una delle esperienze più traumatiche delle tue vacanze. Mentre ad Abu Dhabi magari sei lì che sorseggi un cocktail nella nostra spiaggia, dove le tartarughe depositano le uova e i delfini sguazzano al largo, ti dici “perché non andiamo al Louvre?”, e in quarto d’ora tra auto e coda sei dentro».

Si ha una vista complessiva del grande polo museale di Saadiyat, che nel giro di qualche anno conterà altre quattro strutture compresi il Guggenheim di Frank Gehry e lo Zayed National Museum di Norman Foster, con un volo in idrovolante Seawings. Si decolla dolcemente dal porto di Yas Maarina, tra i rombi del vicino circuito, e in breve tempo si raggiungono i 600 metri di quota. Saadiyat è solo una delle 200 isole, tra distese di mangrovie e reticoli di canali, che formano il caleidoscopio verde e giallo di Abu Dhabi City. I parallelepipedi in vetrocemento della corniche si incastrano l’uno accanto all’altro come in un Tetris, ogni cosa sembra disposta secondo un piano regolatore da laboratorio: ancora nel 1962 la città totalizzava 3.564 persone e gli spazi vuoti erano immensi. E poi, con le sue 82 cupole in oro a 24 carati e i suoi 4 minareti, ecco la bianchissima Gran Moschea dello sceicco Zayed, padre della patria morto tre anni prima che l’edificio venisse terminato nel 2007. Ancora oggi, giorno e notte, si sente un imam recitare versetti coranici per tenere compagnia alla tomba dell’emiro, chiusa al pubblico. Ma la moschea, che ha una capienza di 50mila persone, è talmente ricca che la si può scoprire perfino con i piedi, naturalmente scalzi, in un codice braille da pellegrini.

All’esterno, sotto i raggi del sole, superficie fresca significa bianco marmo macedone, invece dove il pavimento scotta vuol dire arabeschi colorati e geometrie floreali più scure. Dentro, per via dell’aria condizionata, il marmo è gelato, finché non si trasforma in qualcosa di tiepido e soffice: è il tappeto persiano della sala principale, pezzo unico di 5.700 metri quadrati, con 22 colori e più di 12 milioni di nodi. Ci si può orientare verso il pulpito grazie ai piccoli dislivelli della trama, linee rette che attraversano l’atrio per il largo. A questo punto, se si aprono gli occhi e si guarda in alto, ecco il lampadario a forma di palma rovesciata, fatto di cristalli Swarovski e di datteri gialli, rossi e verdi in vetro di Murano. Perché nella visione di Zayed, che nel 1971 portò alla fondazione degli Emirati Arabi Uniti, l’edificio superava la divisione tra Oriente e Occidente, come un luogo ecumenico aperto sia al culto dei mussulmani, sia alla visita di cristiani e agnostici. Insomma, una bussola architettonica per il futuro del Paese.

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