Una vita in gold

Cultura e Spettacolo | di Irene Crespo | 11 marzo 2019, 11:27

L’unica certezza di un’intervista con Jeff Goldblum è che quest’uomo è sempre imprevedibile. Piacevolmente imprevedibile. Una conversazione piena di Goldblumismi, come lui stesso definisce quel suo modo di parlare senza fermarsi, ma prendendosi il suo tempo. Un continuo di «Mmm, eh, uh…» mentre muove le dita piene di anelli e non smette di toccarsi gli occhiali dalla grossa montatura nera. Perché, spiega, mentre parla, pensa a quello che dice e la sua testa va troppo veloce per starle dietro. E osserva anche tutto quello che gli succede intorno. Sembra una delle sue improvvisazioni al piano nelle sue jazz session del mercoledì al Rockwell Club di Los Angeles.
I suoi amici e colleghi lo chiamano «il sindaco di Hollywood» per la sua affabilità e capacità di sedurre, ma lui dice che è solo il suo sincero interesse per la gente. Ricorda nome e cognome di chi l’ha pettinato sul set di Jurassic Park, 20 anni fa, e anche dei truccatori che passavano cinque ore al giorno a trasformarlo nella Mosca, 30 anni fa. Se lo si lascia parlare, può fare un monologo di dieci minuti passando da un soggetto all’altro, dalla sua infanzia a Pittsburgh negli anni 60 fino agli aneddoti più recenti sui suoi due figli, la ginnasta olimpica Emilie Livingston. È quest’autenticità che l’ha reso una star di culto nell’era di Internet, oltre alla sua sterminata filmografia: dall’esordio nel Giustiziere della notte nel 1974 a oggi con l’Isola dei cani, in cui è il doppiatore di Duke, uno dei cani protagonisti del film di animazione diretto da Wes Anderson e candidato a due premi Oscar il 24 febbraio.
Gentleman. Wes Anderson è un regista importante nella sua carriera. Come vi siete incontrati?
Jeff Goldblum. È successo 15 anni fa, mi aveva detto che voleva conoscermi, ma senza un progetto in particolare. Mi ha invitato in un ristorante molto bohémien, di classe, a New York. E mentre cenavamo, mi ha accennato a un progetto «su un pesce e l’oceano». Dopo un po’ mi ha invitato a leggere il copione delle Avventure acquatiche di Steve Zissou con Bill Murray. Immagino fosse come un’audizione e a quanto pare sono passato. Durante le riprese, a Cinecittà, mi sono reso conto che Wes è legato alle persone più interessanti del mondo. Una volta, per esempio, Gore Vidal ci ha invitato nella sua villa nel Sud Italia, a Ravello mi sembra…
G. Poi vi siete ritrovati in Grand Hotel Budapest.
J.G. Sì, ci ospitava tutta la troupe nello stesso albergo e ogni sera uno chef preparava una cena speciale per noi e Wes aveva sempre delle sorprese. Come Robert Altman, è uno di quei registi che fanno delle riprese un’opera d’arte.
G. Che cosa significa a Hollywood avere un rapporto così speciale per così tanti anni?
J.G. È incredibile. Sarei stato grato di aver incontrato Wes anche una sola volta e di aver fatto un solo film con lui. A 10 anni avevo deciso di fare l’attore, ma l’ho tenuto segreto, molto a lungo: sono di Pittsburgh, mio padre è un medico…
G. Un sogno che diventa realtà…
J.G. Con tutto quello che mi è successo, essere ancora qui, da decenni, a lavorare con le persone più interessanti, mi fa sentire come se fossi ancora all’inizio della mia carriera. Sono arrivato tardi al successo e penso che questo sia il momento in cui sto ottenendo il meglio.
G. Com’è stato tornare a vestire i panni di Ian Malcolm, vent’anni dopo, in Jurassic World?
J.G. È stato meraviglioso lavorare nel primo con Steven Spielberg. Ed è stato molto divertente rifarlo con Juan Antonio Bayona, è un regista meraviglioso, un ragazzo molto appassionato ed era molto interessato al concetto di fare apparire la scienza come il bene e la politica come il male. Insomma, mi è piaciuto tornare a interpretare Ian Malcolm, anche se io e lui non abbiamo più gli stessi capelli.
G. Com’è rivedersi nei film di 20/30 anni fa?
J.G. La vita continua (ride, ndr). È una buona lezione: imparare ad accettare il tempo che passa. Non m’importa dei compleanni. Anche se è facile dirlo perché mi sta andando bene, ma so che tutto può scomparire in un secondo. È meglio accettarlo piuttosto che combatterlo cercando di rimanere sempre uguale.
G. I social media impazziscono per lei e la sua famiglia, come lo vive?
J.G. È divertente. Effimero, ma divertente. Ora sono su Instagram e carico qualche foto ogni tanto. Ma la cosa più esilarante è vedere che cosa la gente pubblica su di me: se cerchi #JeffGoldblum, appare di tutto: tatuaggi, tazze o tende da doccia con la mia faccia. Ma non ci passo molto tempo, come si fa?
G. Con due bambini piccoli poi non avrà molto tempo. La sua vita è cambiata con la paternità?
J.G. Potrei parlarne per ore. Ma la risposta è sì. Charlie Ocean ha 3 anni e mezzo e River Joe tra poco ne compie 2 ad aprile. E grazie a loro il mio rapporto con Emilie è migliorato. Crescere dei figli insieme è meraviglioso.
G. E parecchio stancante.
J.G. Sì, molto, ma per fortuna sto bene. Sono abbastanza disciplinato, e negli ultimi tre anni ho una vera ragione per svegliarmi ogni giorno. Qualcosa che non sia solo lavoro.
G. Come sono le sue giornate?
J.G. Charlie si sveglia alle 7. Così vado a letto presto e mi alzo alle 6: prima di andare da lui, riesco a suonare un po’ il pianoforte, fare ginnastica e lavorare sulla sceneggiatura su cui sono impegnato al momento.
G. La musica è importante quanto la recitazione?
J.G. Sì, per me è tutto. Adoro parlare con i compositori dei film, mi piace sapere quale musica useranno in ogni scena per prepararmi. Fellini metteva la musica sui suoi set per fare entrare gli attori meglio nella parte. Per me è lo stesso. Ascolto le canzoni prima d’iniziare a girare. E suono il piano ogni giorno perché ogni mercoledì ho una jazz session al Rockwell Club. Chiunque passi da Los Angeles è invitato.

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