The transformer

Arte e Design | di ilaria de bartolomeis - foto di alfonso catalano | 03 aprile 2019, 11:43

Il designer Fabio Novembre sulla seduta disegnata per Driade.

È UNA DIMENSIONE SURREALE E FUNAMBOLESCA quella che Fabio Novembre mette in scena con i suoi progetti. Nasce così un mondo in cui tutto è possibile, in cui gli opposti si attraggono e si fondono in una seducente armonia, in cui ogni oggetto strilla a pieni polmoni un messaggio dirompente. Visionario e anticonformista, il designer mescola, come nessun altro, emozione e razionalità, minimalismo e cultura pop, il tutto condito da una sana dose di goliardia. Con la sua creatività poliedrica ha lavorato in quasi ogni ambito firmando collezioni d’arredo, boutique di moda, ristoranti, ma anche progetti come quello di Casa Milan e quello di Lavazza per Expo 2015. Inarrestabile e trasformista, è stato nominato recentemente art director di Driade, ha assunto l’incarico di direttore scientifico della scuola di design Domus Academy ed è entrato a far parte del board del nuovo Museo del Design Italiano della Triennale di Milano. Dal lavoro di designer alla passione per fave e cicoria, da Heinz Beck a David Copperfield, fino a Pinocchio, Fabio Novembre apre a Gentleman le porte del suo pensiero creativo.

Le Muse disegnate per Venini.

Gentleman. Spesso i suoi progetti hanno come protagonista un volto. La lampada Muse e i vasi Murana di Venini, la poltrona Nemo di Driade, il Tributo ai Componibili di Kartell ne sono un esempio. Lei sta riportando l’individuo al centro del pensiero progettuale…
Fabio Novembre. Sì, e una specie di tributo agli esseri umani. L’uomo con tutti i suoi limiti fisici è riuscito a inerpicarsi sulla vetta della piramide evolutiva perché è stato capace di modificare a proprio favore le condizioni che lo circondavano.
G. La sua rappresentazione umana spesso ha le sembianze di una maschera, che svela e nasconde allo stesso tempo. Si coglie una riflessione sull’Io e sull’identità…
F.N. Nell’Io c’è la forza delle persone, quella che permette di trasformare le cose. Gli esseri umani sono gli unici che possono portare il cambiamento: non solo facendo, ma anche in assenza di azioni. Lo dimostrano personaggi come Gandhi che in India è riuscito a contrastare la forza dell’Impero Britannico rimanendo fermo e in silenzio.
G. Lei, però, ha un approccio al progetto molto poco silenzioso, le sue opere hanno spesso una componente di provocazione.
F. N. A modo mio, provo a creare una reazione nelle persone, per stimolarle a vedere le cose in un modo diverso. Insomma, cerco di modificare il presente.
G. Quando si è accorto che poteva trasformare le cose?
F. N. Tutti hanno questa capacità, la differenza sta nell’avere coscienza e voglia di farlo. In qualche modo, siamo tutti designer perché ogni nostra azione è un progetto: ogni volta che prendiamo una decisione sulla nostra vita facciamo una scelta progettuale. Alla nascita, ognuno di noi è come un blocco di marmo, ma ha in dotazione un martello e uno scalpello: sta al singolo scegliere di plasmare se stesso in una scultura oppure non farlo.

Componibili Smile per Kartell.

G. La nascita di un progetto è la risposta a una necessità delle persone o è l’atto di offrire loro qualcosa che non sapevano di aver bisogno?
F.N. La seconda. Tutto parte dal designer che prova a trasmettere un’idea credendo che possa diventare universale. Quando Carlo Collodi ha inventato Pinocchio non pensava d’interpretare il gusto del pubblico mondiale; ha scritto una storia molto personale che poi è diventata universale. Lo stesso vale per l’uomo che ha inventato la ruota: in quella forma tonda lui aveva intravisto uno spiraglio di possibilità e di innovazione anche se nessuno lo capiva. Quel cavernicolo ha cambiato per sempre la vita delle persone, l’oggetto di design deve fare lo stesso.
G. Che cos’è lo spazio?
F.N. È il palcoscenico dell’interazione fra i corpi. Io ho sempre visto gli spazi come scenografie di storie ed emozioni: il primo logo del mio studio, infatti, è stato un Cupido con un fucile laser perché volevo creare spazi in cui le persone si potessero innamorare.
G. Lei è un romantico?
F.N. L’amore è rivoluzionario perché porta alla procreazione e quindi alla vita. Lo spazio, come l’amore, ha la forza di far incontrare le persone, di unirle. Lo stesso vale per il progetto: l’oggetto di design riesce a raccogliere gli individui intorno a sé.
G. In questa visione sensoriale del progetto che ruolo hanno i materiali?
F.N. Importantissimo. Quando parlo di superfici, uso sempre la parola pelle perché è in quel contatto che avviene lo scambio più profondo con l’oggetto. Ai tempi in cui ero art director di Bisazza, identificavo le tesserine del mosaico come i pori di una pelle architettonica da accarezzare; ecco perché tutto era totalmente organico e colorato.

Divano Adaptation per Cappellini.

G. Qual è il suo colore preferito?
F. N. L’arcobaleno. Le mie figlie si chiamano Verde e Celeste. Per me è tutto una tavolozza.
G. Chi è il designer?
F. N. Il designer è come un regista, non può fare tutto da solo: ha bisogno di collaboratori, di grandi gruppi industriali o di aziende di alto artigianato. Se lavorasse individualmente, sarebbe un artista.
G. C’è un momento in cui arte e design s’incontrano?
F. N. Il design si rivolge direttamente al grande pubblico bussando alla porta delle persone e chiedendo di entrare nelle loro case; l’arte rimane circoscritta all’ambito museale. Hanno canali di diffusione molto diversi, ma in quanto a consumo visivo si sovrappongono: entrambi suscitano emozioni.
G. In un’epoca di contaminazioni, il design si mescola anche con il food & beverage. Lei, per esempio, ha collaborato con PepsiCo, ma anche con Heinz Beck per il suo nuovo ristorante di Milano.
F.N. Il design tocca ogni ambito e il gusto è preponderante nella cultura italiana, quindi per me non è difficile dare un contributo progettuale a questo genere di esperienze.
G. Qual è il suo piatto preferito?
F.N. Fave e cicorie: la ricetta contadina più popolare della Puglia, la terra in cui sono nato.
G. A proposito di origini, di territorialità e di genius loci: spesso con il suo lavoro sembra voler omaggiare l’Italia. Pensiamo alle 100 Piazze che ha disegnato per Driade, ai progetti per Kartell: Piazza ed Eur.
F. N. Sono molto orgoglioso di essere nato in Italia. Chi cresce in questo paese è fortunato perché interiorizza naturalmente il valore della bellezza e ha il dovere di esserne un apostolo. Nella definizione della mia estetica ho provato a prendere le distanze dall’italianità ma è stato impossibile sopprimerla: a un certo punto l’ho accettata con gioia. L’Italia è un’icona, a partire dalla forma stessa del suo territorio, e anche solo per questo dovrebbe continuare a meravigliarci.
G. Meraviglia e stupore, quanto contano nel progetto? Lei è riuscito a trasmettere queste esperienze in maniera eccellente nella collaborazione con Cappellini, con Org, il tavolo con 175 gambe, e Adaptation, il divano inclinato.
F.N. Se non riesci a regalare stupore, allora non hai fatto nulla. Qualche anno fa sono andato a vedere uno spettacolo di David Copperfield che mi ha cambiato, in parte, la vita. Ero molto scettico perché gli illusionisti non mi avevano mai affascinato, ma lui è riuscito a farmi tornare bambino. In quel momento ho pensato che se il designer riesce a creare quella magia, allora è bravissimo.

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