Tokyo a Milano

Cultura e Spettacolo | di ilaria danieli | 11 luglio 2019, 11:27

Due programmi di coreografia contemporanea firmati da George Balanchine, Jiří Kylián e Maurice Béjart per la migliore compagnia giapponese

Se qualche anno fa alcuni puristi del Balletto classico avevano inarcato il sopracciglio quando la prima Giulietta di colore, l’americana Misty Copeland, aveva solcato il palco della Scala di Milano in duo con lo stellare Roberto Bolle, nella parte di Romeo, oggi potrebbero allo stesso modo storcere il naso al vedere una compagnia intera con gli occhi a mandorla impegnata, sempre in sede scaligera, nel più classico repertorio contemporaneo occidentale, firmato da George Balanchine, Jiří Kylián e Maurice Béjart, ovvero i numi tutelari della danza europea e americana.
Ma in questo caso certamente nessuno si scomporrà, perché il Tokyo Ballet, in scena a Milano dall’11 al 14 luglio con due programmi differenti (11-12 luglio e 13-14 luglio), è ormai una delle migliori compagnie internazionali, con forti e duraturi rapporti e scambi di tournée con il Bolshoi,  la Scala, il New York City Ballet e l’Opera di Parigi. Si tratta infatti di una istituzione artistica nata nel 1964, e quindi giunta al 55° anno di vita, quando gli Stati Uniti incoraggiavano l’introduzione nella cultura giapponese dell’arte occidentale e la danza si prestava bene allo scopo. Anche perché, come tutte le discipline con un forte contenuto tecnico, i giapponesi vi si sono applicati con il massimo rigore e hanno portato ai massimi livelli virtuosistici le evoluzioni della tecnica classica francese e russa, nonostante le difficoltà incontrate con un codice di movimento pensato per corpi e culture completamente estranei sia alla tradizione giapponese sia alla conformazione fisica dei danzatori, caratterizzata da una morfologia ossea e tendinea piuttosto rigida che spesso rende difficoltosa l’esecuzione dell’en-dehors e delle grandi pose tipiche del Balletto.
Tuttavia, con il proverbiale impegno e senso del dovere (e del sacrificio) dei giapponesi, maestri e allievi sono riusciti a raggiungere e in qualche caso a superare la bravura dei ballerini russi ed europei, cominciando a vincere i più importanti concorsi e a esportare alcune étoile (come Yoko Morishita) rimaste poi negli annali tersicorei. Oggi, infatti, non stupisce più nessuno che ad interpretare Serenade di Balanchine, Dream Time di Jiří Kylián e il capolavoro béjartiano Le Sacre du printemps (11-12 luglio) sia la compagnia di Tokyo e tantomeno ci si stupisce che il secondo programma in scena alla Scala (13-14 luglio) sia il Kabuki, un titolo che Maurice Béjart dedicò proprio a questo ensemble in omaggio all’antica cultura teatrale locale.
A dieci anni dall’ultima tournée a Milano della compagnia giapponese, che fin dal 1986 ha siglato con la Scala un rapporto di reciproco scambio, questa occasione rappresenta un’occasione rara per il pubblico milanese, che avrà modo di vedere le giovani star della danza giapponese e ascoltare anche, le prime due sere, i musicisti dell’Accademia scaligera diretta dal maestro Paul Murphy. Per informazioni: teatroallascala.org

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