La forma è nomade

Arte e Design | di Ilaria De Bartolomeis | 25 ottobre 2019, 11:31

La bellezza unisce le persone, è il tema del padiglione di Italo Rota e Carlo Ratti. La struttura è costituita da tre imbarcazioni che arrivano a Expo Dubai 2020 via mare.

A dodici mesi dall’apertura del prossimo Expo, in programma a Dubai dal 20 ottobre 2020 al 10 aprile 2021, Gentleman ha incontrato i due grandi protagonisti del Padiglione Italia: l’architetto Italo Rota e Carlo Ratti, direttore del Senseable City Lab del MIT di Boston, ingegnere e architetto, che con Matteo Gatto e F&M Ingegneria hanno firmato il progetto del Padiglione Italia. Interpretando il tema della bellezza italiana come elemento per unire i popoli, hanno progettato un’architettura mobile che, solcando le acque del Mediterraneo, raggiungerà gli Emirati, per poi riprendere la rotta. Perfettamente coerente con il concetto di economia circolare di cui Carlo Ratti e Italo Rota sono attivi promotori, il padiglione raccoglie in sé una serie di citazioni e di simbologie sul tema degli scambi di saperi e delle esplorazioni, da quelle condotte dagli antichi Fenici, che hanno contribuito allo sviluppo della civiltà mediterranea, fino alla pratica architettonica contemporanea che sperimenta materiali ecosostenibili ed edifici in movimento, coinvolgendo attivamente gli utenti nel processo progettuale. Alto 25 metri e avvolto in una pelle trasparente, l’edificio si svilupperà su una superficie di 3.500 metri quadrati e ospiterà un percorso espositivo curato da Davide Rampello (pag. 38).


Gentleman. Com’e nata questa architettura?
Carlo Ratti. Abbiamo immaginato una performance architettonica, in cui la copertura costituita da due scafi da 40 metri e uno di 60, realizzati e donati da Fincantieri, potesse partire dall’Italia per raggiungere Dubai via mare. Una volta arrivati sul sito le carene verranno rovesciate e utilizzate come tetto del padiglione. È un’architettura che, navigando, mette in contatto mondi diversi e poi, a fine Expo, riprenderà a solcare i mari per diventare qualcos’altro. Questo concetto di movimento richiama la Walking City di Archigram che già negli anni 60 introduceva il tema degli edifici intelligenti e di un nuovo nomadismo.

Italo Rota. Le barche ricordano anche le esplorazioni dei Fenici e dei Romani che, attraversando il Mediterraneo, hanno favorito gli scambi fra i popoli, contribuendo a definire la cultura di questa regione. In questo modo ci siamo riallacciati al tema di Expo 2020: Connecting Minds, Connecting the future. Abbiamo creato un’architettura che potesse raccontare come la bellezza italiana sia in grado di unire le persone. Lo scafo rovesciato, inoltre, veniva usato dagli antichi navigatori come prima dimora quando approdavano a una nuova terra. Per noi è la casa italiana a Dubai.
G. Gli scafi, oltre a definire la copertura, hanno la funzione di organizzare gli spazi interni…
I.R. Sì. In sostanza disegnano un camminamento: una lunga pensilina sopraelevata che attraversa tutto il volume del padiglione e offre un’esperienza diversa rispetto ai percorsi a terra. Quello che ci interessa è anche la nave intesa come parola, da cui deriva il termine navata, ossia lo spazio in cui persone si uniscono nel pensiero. Nell’architettura sacra, la forma delle navate nasce proprio da quella di una carena rovesciata che rappresenta la protezione e l’unione. L’edificio che abbiamo progettato è ricco di allegorie e di rimandi, abbiamo voluto mantenere una certa ambiguità per consentire molteplici interpretazioni e creare un forte impatto sui visitatori.

G. Questa architettura che va in giro e si trasforma parla anche di economia circolare?
C.R. Expo è una grande occasione per trovarsi e riflettere su temi importanti come la centralità del Mediterraneo, gli scambi fra persone e la circolarità. Il nostro progetto suggerisce la possibilità di riutilizzare e trasformare: la natura si basa sulla metamorfosi e anche noi dovremmo rifarci a questo principio.
G. Anche i materiali utilizzati rientrano in questa logica?
C.R. Oltre all’acciaio che è facilmente riciclabile, vogliamo sperimentare nuovi materiali come i derivati del caffè, delle arance, della canapa e il micelio, un composto organico a base di funghi stabilizzati che nasce dalla natura per poi tornare in natura. Lo abbiamo già usato durante l’ultimo Salone del mobile di Milano con il progetto Circular Garden.
I.R. Ci interessa raccontare l’Italia attraverso il tema della sostenibilità e dell’innovazione: sia attraverso l’edificio, che il suo percorso espositivo.
G. L’uomo dove si colloca?
I.R. L’uomo è ovunque ed è una di quelle componenti vive del pianeta, al pari degli altri animali, della vegetazione, ma anche della crosta terrestre. Siamo di fronte a una convivenza totale, a una convergenza fra naturale e artificiale. Gli individui prendono esempio dal ciclo della natura e si inseriscono con le loro azioni in questa circolarità.
C.R. Il tema su cui io e Rota ci siamo trovati sempre molto uniti è proprio l’indagine del rapporto fra naturale e artificiale. Entrambi intendiamo l’architettura come un processo che coinvolge elementi vivi, la natura e le persone, e per tale motivo è in continua trasformazione. Questa idea è molto distante da quella che considera gli edifici come opere complete, immutabili.
G. Quindi la forma non è più qualcosa di definitivo?
I.R. La forma è il derivato di comportamenti, preoccupazioni e sogni umani. I sentimenti degli individui stimolano la forma e l’architettura si umanizza. Questo approccio permette al progettista di non cadere nel formalismo e nell’ossessione stilistica che non hanno nulla a che fare con la vita dell’uomo.
G. Detta così, sembrerebbe che l’architetto non è più soltanto un architetto…
C.R. A suo tempo Le Corbusier sosteneva che la civiltà della macchina dovesse cercare e trovare una sua espressione architettonica. Oggi, quasi un secolo dopo, la civiltà della rete, del digitale e del cambiamento climatico sta cercando nuovi linguaggi architettonici. Questo dimostra che noi progettisti ci muoviamo ancora nel campo dell’architettura, ma il nostro pensiero deve necessariamente rinnovarsi. Dobbiamo scegliere fra oblio e utopia, per citare Richard Buckminster Fuller. Se non saremo capaci di confrontarci con i cambiamenti in atto cadremo nell’oblio. Non possiamo pensare all’architettura ,sem,plicemente come un gesto estetico, dobbiamo ripensarla nella sua accezione più bella. Il premio Nobel Herbert Simon diceva: «le scienze naturali studiano il mondo così com’è, la progettazione si occupa di vedere come potrebbe essere». Credo che questa sia la vera essenza di ciò che facciamo.
G. E la tecnologia, come s’incasella in questo processo?
I.R. Il futuro è un metodo, un’attitudine mentale e in questo c’è creatività. La tecnologia, invece, non ha nulla a che fare con il processo creativo, ma è utile per condividere pensieri e idee, in maniera semplice e immediata.
C.R. Come la forma è un derivato per l’architettura, allo stesso modo lo è la tecnologia. Non è mai il punto di partenza, ma ciò che ci permette di favorire nuove interazioni con le persone, lo spazio, la città. Per esempio, i big data, che non sono certo uno degli strumenti tradizionali dell’architettura, possono avere un grandissimo impatto nella progettazione di luoghi.
G. Ancora una volta l’uomo è al centro di questa visione circolare. Rendere l’utente consapevole significa coinvolgerlo attivamente nel processo architettonico?
C.R. Assolutamente sì. È un processo di azione e reazione. Bisogna intendere l’architettura come un sistema dinamico in cui la risposta degli utenti è fondamentale. Leon Battista Alberti sosteneva che il lavoro dell’architetto fosse quello di raggiungere la bellezza attraverso la congiunzione dei corpi, che non sono solo quelli architettonici in mattoni e pietre, ma anche quelli in carne e ossa che interagiscono fra di loro. In questa lettura c’è il senso del progettare spazi.
G. Oggi questi corpi sono in movimento e il vostro padiglione Expo, pure…
I.R. Lo spazio è un’estensione della mente umana, è qualcosa che segue il corpo nel suo muoversi. Non c’è più niente di fisso e la grande questione riguarda la modalità con cui si possono mettere in movimento le architetture: l’obiettivo dei prossimi anni sarà proprio quello di creare delle walking city.
G. L’architetto stimola necessità o dà risposte a quelle esistenti?
C.R. Nel mondo dell’artificiale, molte delle grandi trasformazioni sono avvenute per caso e questo dimostra una certa autonomia dell’invenzione. Lo stesso accade in architettura, il progettista offre degli stimoli, poi raccoglie le reazioni delle persone e con loro sviluppa le soluzioni. La mia è un’idea di architettura inclusiva, di un codice aperto che può evolvere e migliorare con l’input di chi vivrà gli spazi.
I.R. È un po’ come se operassimo in termini di fisica teorica: la dimostrazione del teorema è data sempre da qualcun altro. I cittadini sono coloro che possono validare un’intuizione e questo è interessante perché si basa sulla creazione di relazioni. In questa interazione si ha la possibilità di diffondere una nuova attitudine che prova a far evolvere le idee per risolvere le grandi questioni del mondo.

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