Lo spazio interiore

di Ilaria De Bartoloeis | 13 maggio 2020, 11:55

INCROCIARE MONDI E STORIE, QUESTA È LA CARATTERISTA DI FRANCESCA NERI ANTONELLO, DESIGNER D’INTERNI DAL GUSTO INTERNAZIONALE, CHE CON RIGORE E TALENTO FIRMA PROGETTI ORIGINALI E SEMPRE DEDICATI AL GENIUS LOCI

LA VITA DI FRANCESCA NERI ANTONELLO fa pensare a un ossimoro. È un meraviglioso intreccio fra opposti quello che accompagna la personalità dell’interior designer nata
a Lima, in Perù, dall’incontro tra una famiglia di italiani e una di origini spagnolo-croate. Un mix culturale che ha fortemente influenzato anche il suo pensiero progettuale: le case che realizza in tutto il mondo con lo studio FNA Concept rivelano un’essenzialità stilistica che si completa nell’estre- ma ricerca sui dettagli, risvegliano memorie intime con la forza della materia, esprimono una nuova idea di bellezza, imperfetta ed esclusiva. Gentleman. Come si manifestano le sue origini in un progetto?
Francesca Neri Antonello. Lima è la città dove sono nata e rappresenta un bagaglio inconscio di memorie, sapori, profumi, per esempio quello
dell’Oceano Pacifico. È un luogo colorato e ma- linconico. Quando progetto, spesso queste sen- sazioni tornano a galla.
G. Ha vissuto in Svizzera, negli Stati Uniti e in Ita- lia, dove ha lavorato con Alessandro Mendini: che cosa ha imparato dal grande maestro?
F.N.A. Mendini era un uomo di poche parole, ma di grande ascolto. Semplice, curioso, aveva la capacità di farti sentire importante. Un giorno mi ha affidato il progetto di una spilla, dicendomi: «Ricordati che in un gioiello devi guardare i det- tagli». Così ho imparato il valore inestimabile dei dettagli, che non significa solo dare attenzione a ciò che sembra irrilevante, ma si traduce anche nell’ascolto attivo di quelli che sono i bisogni e i desideri dei clienti.
G. I suoi lavori sono raccolti nel libro Alfabeto de la memoria. Che cos’è la memoria?
F.N.A. Un archivio di sensazioni e immagini che si arricchisce nel tempo, con le esperienze vissu- te e con i sogni. Immagazziniamo le emozioni in una meravigliosa composizione stratificata, a cui possiamo attingere ogni volta che lo desideriamo. La memoria è anche qualcosa di imperfetto.


G. Che valore ha l’imperfezione?
F.N.A. L’imperfezione è umana e per questo con- tiene bellezza. Credo molto in questo concetto: una casa perfetta è un progetto non riuscito.
G. Come definirebbe il suo stile?
F.N.A. Back to basics. Il bello è creare una sca- tola fatta di volumi giusti, di proporzioni corrette, di pareti che parlano, di dettagli tessili e luci che emozionano. È un ritorno a un’essenzialità sofisticata, a un silenzio estetico in cui le materie si raccontano nella loro imperfezione, nella loro ca- pacità di sprigionare profumi e di emettere suoni, come quello del legno che risponde ai passi di chi lo calpesta. Il mio lavoro è quello di scegliere materiali capaci di comunicare e armonizzarli co- me se fossero elementi di un’orchestra. Una volta terminato il progetto, non consegno solo una ca- sa, ma un viaggio in grado di risvegliare i sensi. G. Come riesce a far incontrare la sua visione con i desideri dei clienti realizzando progetti sartoriali? F.N.A. Tutto inizia con l’ascolto, ma la vera sfida è accompagnare il cliente nella scoperta di qualcosa che non immaginava. L’interior designer assomiglia a un couturier: crea un’esperienza su misura che deve risultare spontanea e dare a chi la vive la sensazione di conoscerla da sempre. Nei miei progetti la materia è molto presente e ogni volta la interpreto in un modo nuovo. Disegno ad hoc ogni spazio, ogni dettaglio, così che ogni casa sia unica. In questo processo mi affido a maestranze italiane d’eccellenza: più che artigiani, sono artisti.

G. Consegna progetti chiavi in mano…
F.N.A. Sì! Voglio che le persone vivano fin dal pri- mo momento le sensazioni di cui si è tanto parlato durante tutto il percorso progettuale.
G. Come si intreccia l’esistente con il nuovo? F.N.A. Amo il recupero: è il mio contributo alla sostenibilità ambientale. Quando si demolisce una casa ci si rende conto di quanta materia venga sprecata, si tratta anche di materiali pre- ziosi come le cementine o il legno invecchiato. Mi piace lavorare sulle ristrutturazioni perché rappresentano una vera sfida, è come partire da un’imperfezione per creare armonia.
G. Stiamo vivendo uno stato di emergenza globale che cambierà per sempre le nostre vite: come diventeranno le nostre case?
F.N.A. Per la mia generazione e quelle preceden- ti, la casa rappresenta un nido. La Gen Z, invece, dà poca importanza all’idea di possedere qual- cosa e alla fisicità degli spazi perché vive in una dimensione digitale e cosmopolita. Forse questa lunga permanenza fra le mura domestiche rappresenterà per i ragazzi un’occasione per iniziare a percepire la casa diversamente e a conoscere un nuovo benessere.


G. Che cos’è il benessere?
F.N.A. È tranquillità, serenità, tregua. Nel progetto di un’abitazione si traduce in un ambiente in cui assentarsi per riscoprire il silenzio, in un luogo in cui praticare sport, meditare, pensare: questo
è il vero lusso. Potrebbe essere una bella sala da bagno o uno studiolo. Stiamo abbandonando il modello open, in cui le funzioni della casa si fon- dono, per tornare a un maggiore frazionamento degli spazi proprio perché abbiamo un estremo bisogno di rientrare in contatto con noi stessi. G. E la tecnologia?
F.N.A. Si va verso una semplificazione e un’umanizzazione della tecnologia. È ben accettato tutto ciò che è d’aiuto alla vita delle persone, come il frigo intelligente che aggiorna la lista della spe-sa; sono, invece, sempre meno richiesti sistemi di domotica che sostituiscono completamente l’interazione fra uomo e abitazione.
G. Che cosa non deve mai mancare in una casa? F.N.A. Un tavolo grande perché rappresenta il luogo e il momento in cui ci si ritrova. Tutto inizia quando ci si siede intorno a un tavolo.


  • email
  • Print
  • Facebook
  • Twitter

Lascia un commento

  • blog