Spiegate le vele

Leader | di Giuliano Luzzatto | 01 settembre 2020, 10:55

La vita è una regata, a raccontarlo, Paul Cayard, il velista più famoso al mondo. Capace, oggi come ieri, di emozionarsi, ed emozionare.

Sette titoli iridati, un giro del mondo e la Louis Vuitton Cup. Due partecipazioni alle Olimpiadi, sette all’America’s Cup. Centinaia di migliaia di miglia percorse, e vissute, in mare. Per sport, passione e lavoro. Questi i numeri di Paul Cayard, americano di San Francisco, velista tra i più famosi al mondo che, ancora oggi, continua a regatare e a regalare emozioni. Sicurezza, gusto della sfida, sempre vissuto senza esaltazione, esperienza coniugata alla capacità di risolvere l’imprevisto, fanno di Paul Cayard uno dei più grandi velisti di tutti i tempi e un capitano di lungo corso.
In Italia, il suo nome è legato in maniera indissolubile a un periodo storico, quello dei primi anni 90, quando Cayard era al timone de Il Moro di Venezia, la barca sfidante per l’edizione del 1992 della Coppa America voluta fortemente da Raul Gardini, imprenditore con cui lo skipper ha avuto un forte legame, come racconta a Gentleman. «È stata un’esperienza unica, mi ha cambiato la vita dando quella spinta in più, necessaria per una carriera sportiva giocata al massimo livello», racconta Cayard, che oggi è impegnato anche nella tutela della Terra, come ambassador di One Ocean Foundation. «Fu Raul Gardini a darmi la possibilità di competere a un livello superiore. Prima di iniziare la sfida all’America’s Cup, avevamo già vinto il mondiale Maxi del 1988 nelle acque di San Francisco, a casa mia. A questa, fecero seguito nel ’91 due vittorie iridate: nel mondiale IOR 50 piedi in Giappone e nella neonata International America’s Cup Class a San Diego. Ma fu la netta vittoria al Rolex Maxi World Championship dell’88, con cinque vittorie su cinque giorni di regata, a spingere Gardini verso la sfida all’America’s Cup, nonostante inizialmente tentai di dissuaderlo…» .
Gentleman. La Coppa America in passato rendeva più immediato identificarsi con i velisti, grazie ai maxi yacht particolarmente raffinati. Oggi, con i foil, questa distanza sembra aumentata.
Paul Cayard. Il fatto che un velista comune non possa pensare di timonare una barca che vola sui foil non ha molta importanza. La Formula 1, per esempio, ha molti spettatori, ma nessuno di questi sogna di pilotare una monoposto. La mia critica è sul fatto che si è puntato esclusivamente sulla velocità, perdendo quell’aspetto delle manovre nel prepartenza, quei giochi di tattica e strategia che sono parte integrante e fondamentale del fascino dell’America’s Cup. Un po’ come se si volesse fare un Tour de France di sole tappe individuali a cronometro, tralasciando così l’aspetto del gioco di squadra dato da chi si allunga in fuga dal gruppo e chi attende prima di inseguire. Oggi, in Coppa, vince semplicemente chi è più veloce, non c’è spazio per altro. E poi, è venuta a mancare anche la competizione tra più squadre. Per la 36ª America’s Cup di Auckland, nel 2021, sono, infatti, solo quattro: i Defender di Team New Zealand, Luna Rossa, Ineos Team UK e American Magic. A Valencia c’erano 12 team per 9 nazioni, di cui tre italiani (Luna Rossa, Mascalzone Latino, +39 Challenge): l’evento era molto più seguito.
G. Tralasciando le competizioni ai massimi livelli, quali sono le tendenze nella vela? Quale barca consiglieresti a un armatore che si avvicina a questo mondo?
P.C. Sono scelte personali influenzate da molteplici variabili, non ci può essere un consiglio unico. Per me la barca ideale è la Star, la ex classe Olimpica che mi ha dato tante soddisfazioni in passato e continua a darmene. Ma non tutti sono interessati alle regate come lo sono io! La scelta migliore, per poter avere una barca prestante sia in crociera sia in regata, potrebbe ricadere su uno Swan 80 o su un Minimaxi cruiser racer, comunque con una lunghezza compresa tra 20 e i 24 metri. Si può anche pensare a una barca grande e comoda per le crociere e a un racer puro, ma ovviamente con due barche da gestire la logistica aumenta. Oltre al lato tecnico, tecnologico e sportivo, devo dire che i grandi armatori, come Gardini ieri o Loro Piana oggi, amano molto anche l’aspetto della gestione dell’equipaggio: è un po’ come avere una squadra di calcio.
G. Sulla Star ogni tanto regati anche con tuo figlio: è un bel modo di trascorrere del tempo insieme…
P.C. Questa barca fa parte del mio Dna, è quella che mi ha fatto diventare Paul Cayard, che mi ha fatto vincere un Mondiale e tante medaglie da giovane, quella con cui, in seguito, ho partecipato alle Olimpiadi. E mio figlio, che è un giovane velista, formato sui velocissimi skiff 29er e 49er, lo sa. Per lui rappresenta un modo di interagire con qualcosa che mi appartiene profondamente. Sulla Star, insieme a me, rivive, l’esperienza e la tradizione che mi appartengono ed entra a farne parte.
G. Oltre essere uno skipper di successo, sei molto richiesto dalle aziende come motivatore. Ritieni che sia stata la vela a insegnarti a gestire un team o, viceversa, siano doti tue che sarebbero emerse comunque?
P.C. Difficile saperlo: probabilmente queste abilità strategiche, organizzative e gestionali sono innate, ma la vela le ha sviluppate al meglio, soprattutto durante l’esperienza in America’s Cup. Ho studiato Business Management: probabilmente, se avessi proseguito una carriera aziendale queste attitudini sarebbero comunque emerse. La capacità di analizzare e valutare i possibili vantaggi rispetto ai rischi, così come saper prendere la scelta migliore, è importante in ogni settore: ma una barca, in regata, che deve affrontare la variabilità del vento, del mare e deve confrontarsi con gli avversari, è sicuramente molto formativa. Raul Gardini diceva sempre che se sai gestire una barca sai anche gestire un’azienda.
G. Fu proprio Gardini a regalarti un Rolex Submariner per la vittoria iridata nel Mondiale Maxi dell’88, un orologio che ti ha, poi, accompagnato nelle tue avventure veliche.
P.C. Raul ricevette un orologio in premio da Rolex, ma ne ordinò altri 25, uno per ogni membro dell’equipaggio: fu un gesto molto generoso e di forte valenza simbolica. Per me, Gardini è stato come un secondo padre. Ho portato quell’orologio al polso durante tutto il periodo dell’America’s Cup. Per paura di perderlo, però, non l’ho utilizzato durante la mia prima Round the World Race nel ’97 (fu il primo americano a vincerla, ndr). Recentemente l’ho indossato per le foto di un servizio che Rolex ha pubblicato sul suo sito e di cui vado particolarmente fiero. Ma non è stato l’unico orologio che Raul Gardini mi ha regalato: in occasione del secondo posto al Mondiale di Porto Cervo, me ne donò un altro, con il quale ho fatto, invece, tutto il mio secondo giro del mondo, la Volvo Ocean Race del 2005-6. Da 13 anni, invece, porto sempre uno YachtMaster II che mi consegnò personalmente l’ex campione di tennis e direttore di comunicazione e immagine di Rolex, Arnaud Boetsch, in occasione della première della 32ª America’s Cup, al Real Club Nautico de Valencia. Nonostante la tecnologia e la strumentazione elettronica che si impiegano oggi durante le regate, uso la funzione countdown dell’orologio come backup per le partenze.
G. C’è una regata tra quelle del portfolio Rolex che ami in particolare?
P.C. Come presidente del direttivo del St. Francis Yacht Club, che organizza una delle regate Rolex, e come socio dello Yacht Club Costa Smeralda, che organizza la Maxi Yacht Rolex Cup e la Rolex Swan Cup, sono particolarmente legato a queste. Ma, per la località in cui si svolge, il cuore mi porta senza dubbio verso la Rolex Capri Sailing Week: Capri è un’isola mistica dal fascino unico.
G. Hai fatto due giri del mondo in regata, sei stato in Antartide sul Perini Navi 56 Rosehearty e sei ambassador di One Ocean Foundation, l’associazione nata per contrastare l’inquinamento degli oceani e promuovere un’economia blu e sostenibile. Che cosa lega queste esperienze?
P.C. L’amore e il rispetto per il mare, senza dubbio. Il mare, per la Terra, è come il sangue per il nostro corpo: va dappertutto. Se inietti droga nel sangue, sappiamo quali effetti devastanti si generano… E oggi è più che mai necessario disintossicare il mare dall’inquinamento, incluso quello provocato dalla plastica, che sta assumendo proporzioni inaccettabili per l’ecosistema. Attraverso il mio ruolo di ambassador di One Ocean Foundation cerco di divulgare questo messaggio che riguarda tutti, non solo chi va per mare.
G. Oltre al tuo St. Francis Yacht Club, dove ti senti a casa?
P.C. Come yachtsman sono sempre stato accolto calorosamente ovunque. Ho poi l’onore di essere socio dello Yacht Club de Monaco e dello Yacht Club Costa Smeralda. In Italia, poi, sono particolarmente conosciuto grazie a Gardini, senza di lui non sarei diventato quello che sono e spero di essere all’altezza di questa notorietà.

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