In Vino Veritas

Viaggi e Sapori | di Redazione | 08 settembre 2020, 11:08

Contenuti innovativi e indipendenti. 40mila abbonati in 100 paesi. Una piattaforma multimediale all’avanguardia. Così Antonio Galloni è diventato uno dei critici enoici più influenti al mondo 

Il Vino come parte della vita quotidiana. Semplice, artigianale, contadino, senza etichetta ma presente a ogni pasto. Per un bambino, nato a Caracas da genitori di origine italiana e poi cresciuto negli Stati Uniti, non era un sapere acquisito. Dall’esperienza di questo rito quotidiano, in Sicilia d’estate con il nonno, è nata la passione di Antonio Galloni, oggi uno dei critici di vino più quotati e seguiti nel mondo. «L’altro nonno, quello materno, che viveva negli Stati Uniti e aveva fatto fortuna», racconta, «a tavola beveva, invece, rossi francesi importanti di Bordeaux e della Borgogna… Le etichette mi sembravano bellissime e racchiudevano un universo da scoprire, studiare, esplorare. Così, partendo dai due estremi, ho iniziato a coltivare la mia grande passione: bere bene».

Autodidatta e appassionato, Antonio Galloni è entrato nel mondo del vino nel 2004, con la creazione del giornale Piedmont Report, ancora oggi dedicato esclusivamente a i grandi vini piemontesi. Nel 2006 ha raggiunto il mitico Robert Parker e, nel 2010, è diventato il suo successore in The Wine Advocate. Nel 2013 ha fondato Vinous, la sua piattaforma di informazioni, racconti e rating, che, in meno di dieci anni, è diventata il nuovo punto di riferimento del settore del vino, grazie ai contenuti innovativi e indipendenti e ai 40mila influenti abbonati in 100 Paesi del mondo, tra cui l’Italia.
Gentleman. Nel 2013 ha lanciato Vinous, una scommessa che si è rivelata un grande successo. Obiettivo raggiunto? Come lo mantiene e lo fa avanzare?
Antonio Galloni. Sì, una scommessa, e devo dire grazie anche ai miei genitori, che mi hanno trasmesso lo spirito imprenditoriale, il coraggio di vedere oltre, e al mio team. L’altra parte l’ha fatta la musica, che ho studiato come prima materia a scuola: unisce matematica, sensibilità, capacità d’improvvisazione e richiede grandissima applicazione. Tutto quello che metto in campo oggi come imprenditore. Con Vinous il mio obiettivo era creare una piattaforma moderna, dove la tecnologia avesse un ruolo fondamentale, con una cultura d’impresa che potesse attrarre i migliori talenti dell’industria. Posso dire che sono molto contento dei risultati di Vinous, cui si sono aggiunte le acquisizione che abbiamo fatto negli anni: International Wine Cellar, Delectable e Cellar Watch.
G. Al centro della critica enoica ci sono i punteggi. Che valore ha oggi il rating di un vino?
A.G. I rating hanno sempre più valore per tre motivi. Primo, c’è sempre più scelta e concorrenza. Secondo, oggi siamo abituati ad attribuire un punteggio a tutto, da quello che si compra su Amazon al piccolo agriturismo, perché è un modo semplice per dare un’informazione veloce e indicativa della qualità di un prodotto. Con l’acquisizione di Delectable, per esempio, abbiamo unito i rating dei consumatori a quelli dei professionisti. Terzo, la forte crisi della ristorazione, dovuta al Covid-19, ha forzato le aziende vinicole, gli importatori e i distributori a espandere la presenza sul canale retail, che da sempre utilizza i punteggi per attrarre l’attenzione del consumatore.


G. Il rating dovrebbe rappresentare una guida reale per i consumatori, ma a volte diventa un sistema autoreferenziale fra gli esperti del settore?
A.G. Sicuramente Vinous, che in inglese è un aggettivo per definire un vino «giovane e fresco», è nato come guida per i consumatori e tuttora lo è. Allo stesso tempo, si è sviluppato un utilizzo da parte dell’industria e degli esperti per poter vendere vino. E questo avviene soprattutto in mercati dove la cultura enologica non è radicata, come lo può essere in Italia.
G. Dal 2013 a oggi la comunicazione digitale ha subito una trasformazione epocale. Come si è evoluto Vinous?
A.G. Noi abbiamo la fortuna di essere nati digitali. Pubblichiamo articoli nuovi tutti i giorni e la nostra app è molto moderna, flessibile, adattabile. Questo è il futuro in qualsiasi settore. Lavoriamo su come vediamo i vini in base alla nostra esperienza degustativa, inserita in un contesto globale. Ci piace raccontare le storia dei produttori e le loro evoluzioni, le loro visioni. Per i vini italiani penso di essere stato tra i primi a parlare in lingua inglese in modo molto approfondito di certe regioni, come possono essere il Piemonte e la Toscana, soprattutto facendo risaltare l’enorme potenzialità del Chianti Classico. Oggi vanno di moda i vini dell’Alto Piemonte:sono stato in quella zona quando ancora non c’era nessun interesse…
G. Avete mai pensato di aggiungere all’informazione e al rating la vendita del vino?
A.G. Con Delectable abbiamo già avvicinato lo story telling alla vendita del vino, con una app che collega i rating degli appassionati e le recensioni di Vinous a una piattaforma di e-commerce. Le enoteche rendono disponibili i loro vini su Delectable e il consumatore li compra con un semplice click. Proprio in questi giorni stiamo aprendo l’accesso anche alle aziende vinicole in Usa, per agevolare la vendita diretta al consumatore finale. Delectable vanta una tecnologia di image-recognition molto moderna e facilita la veloce ricerca delle etichette e del vino da acquistare. Non escludo che in futuro entreremo anche in Italia e in Europa con lo stesso servizio: recensioni professionali e opinioni di appassionati, collegate a un network di enoteche e aziende che possono spedire a domicilio. In questo momento solo Vinous unisce tecnologia, informazione e know-how.

G. Con il lockdown in Italia è esploso l’acquisto online di vino, anche di alto livello. Come avete lavorato in questo periodo?
A.G. Non ho mai lavorato tanto come negli ultimi mesi. Certamente in modo diverso rispetto a prima. Penso che questa pandemia avrà un peso psicologico ed economico molto importante. Allo stesso tempo, però, sta già creando tantissime opportunità. La mia esperienza nel campo finanziario, settore in cui ho lavorato a Milano fra il 2000 e il 2003, mi ha insegnato che questi sono i momenti in cui premere sull’acceleratore. Abbiamo completamente trasformato la nostra azienda in un tempo brevissimo, dallo smart working alle degustazioni, all’interazione con i lettori. Prima novità, Vinous Live!, una serie di interviste e webinar con le figure più importanti e significative nel mondo del vino. Quattro o cinque volte alla settimana ci sentiamo con produttori per incontri virtuali informali, dove chi ci segue può fare delle domande via chat. Questi contenuti sono registrati, perciò si possono vedere su YouTube. Non ci aspettavamo un seguito così numeroso. Abbiamo poi creato Vinous Learn, cioè le degustazioni virtuali private: gli appassionati acquistano i vini tramite un’enoteca, che li consegna a domicilio. Ogni sabato pomeriggio ci colleghiamo in diretta attraverso un link privato e diamo vita a una degustazione guidata. La prima sezione di 8 degustazioni è stata con vini di Napa Valley, abbiamo spedito agli acquirenti le nostre mappe di Napa Valley, fatte in partnership con Alessandro Masnaghetti, in modo che si facessero un’idea dei differenti territori. I corsi avevano diversi prezzi, in base alle etichette scelte. L’interesse per i vini di fascia più alta è stato di cinque volte superiore, un’ulteriore conferma di quanto forte sia il mercato per vini di alta gamma.

G. Il vino è uno dei fiori all’occhiello del Made in Italy. Ma non sempre valorizzato. Il mondo del vino potrebbe prendere esempio dal settore del lusso?
A.G. La qualità viene sempre riconosciuta, prima o poi. Ci sono troppe aziende in cui predomina la cultura di tagliare i costi, mentre bisognerebbe vedere certi costi come investimenti. Con quest’approccio di sicuro non si arriva a niente di importante. Bisogna credere nella propria terra, nei propri vini, e investire sul territorio e sulle persone. Questo è il momento di premere sull’acceleratore.

G. Bernard Arnault, patron del gruppo Lvmh, fa collezione di brand italiani. Sta guardando anche al vino?
A.G. Lvmh oggi possiede alcuni marchi di vino molto importanti, tra Francia e California, come Dom Pérignon, Krug, Cheval Blanc, Yquem e Colgin. Prima o poi, acquisterà qualcosa in Italia. Da anni si sentono rumors. Il problema maggiore in Italia è che non ci sono figure professionali adeguate. La sfida più grande, per una multinazionale, in Italia, sarebbe trovare le persone per gestire le attività giornaliere.

G. Il buon cibo, il buon vino e una bella cornice dove gustarli. In Italia questa alchimia è potentissima…
A.G. L’Italia è stata baciata da Dio con la bellezza dei suoi diversi territori. Arte, cultura, storia, bellissime città, industria, tutto il settore alimentare, vino, moda, design. Quale Paese al mondo ha questa ricchezza? Le opportunità d’investimento siano tantissime, se viste a lungo termine. L’Italia ha realizzato forse il 10% della sua potenzialità, per esempio nell’enoturismo. Bisogna avere voglia di lavorare e di mettersi in gioco.

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