Fair play

Leader | di enrico dal buono | 30 ottobre 2020, 09:19

Partecipare per partecipare è terribilmente noioso. Il gioco, senza l’ambizione della vittoria, non è gioco: l’adrenalina viene dalla voglia di vincere. Ma vincere tanto per vincere è altrettanto sterile. Per non parlare del perdere tanto per perdere: naturalmente l’opzione peggiore. E allora? No, questo non è un inno alla sedentarietà, ma allo sport come ginnastica per l’anima del gentiluomo.
«La sconfitta in finale è una lezione che il presidente di una grande squadra deve imparare. Parto sempre da zero, tutti noi dobbiamo migliorare. Rialzarsi dopo la caduta e guardare avanti, una vita diventa perfetta passando dalle sconfitte», ha detto Steven Zhang Kangyang, presidente dell’Inter (sopra), dopo che il Siviglia ha battuto la sua squadra nella finale di Europa League dello scorso agosto. Figlio di un self-made man cinese che da installare personalmente condizionatori è arrivato a fatturare 15 milioni di euro col suo Gruppo Suning, il ventinovenne cinese riporta in Europa il significato più profondo dello sport, capace di trasformare la vita in opera d’arte. E ci mostra come tanto il gentiluomo occidentale, quanto il saggio cinese, nella competizione abbiano un obiettivo supremo: migliorarsi. Questa concezione non è affatto estranea alla nostra tradizione. Già per gli antichi Greci l’ideale era il kalòs kai agathòs, cioè il bello e giusto. Là dove l’allenamento fisico, che modella il corpo, doveva procedere parallelamente a quello spirituale, che modella l’anima. In fondo, il fair-play non è che kalokagathìa al tempo dei diritti tv. Nella contemporaneità, i gesti sportivi carichi di un portato spirituale, a volte eroico, sono innumerevoli.
Il tennis è in fondo un duello ritualizzato. E così capita che i campioni sappiano essere allo stesso tempo, come in singolar tenzone, spietati e squisiti. Agli Internazionali di Roma di qualche anno fa Andy Roddik è in vantaggio 5-3 e 40 a 0 su Fernando Verdasco, lo spagnolo tira uno slice mancino, il giudice grida out, ma l’americano gli mostra sulla terra rossa che quel colpo non era out proprio per nulla. E poi perde la partita. Può capitare anche di trovarsi di fronte, in finale a Wimbledon, un indiavolato John McEnroe. In questo caso Socrate, Confucio, e dozzine di maggiordomi inglesi, consiglierebbero in coro di comportarsi esattamente come si comportò nel 1980 Bjon Borg, cioè con l’aplomb di chi assiste a uno spettacolo circense in televisione. E poi vince partita e torneo (nella foto sopra).


Dal momento che lo sport deve migliorare chi lo pratica, va ricordato che niente ci peggiora quanto l’invidia. Se Mick Schumacher ha donato il casco del padre Michael a Lewis Hamilton (sopra) che ne ha eguagliato il record in Formula 1, Roger Federer si è complimentato su Twitter con Rafa Nadal per aver raggiunto il suo record di 20 Slam. Un eroe invidioso è una contraddizione in termini. E che lo svizzero sia a tutti gli effetti un eroe pop, lo si capisce pure da come ha realizzato il sogno, quello di giocare con lui, delle due ragazze, Carola e Vittoria, diventate famose per i loro scambi sui tetti di Finale Ligure durante il lockdown (foto sotto).

Lo sport fa più belle le vite, ma se le vite non ci sono più resta poco da abbellire. Soccorrere può essere un glorioso gesto sportivo. Nel 1988, alle Olimpiadi di Seul, il grande velista Larry Lemieux cambia rotta col suo Finn, e perde un podio altrimenti assicurato, per salvare due concorrenti singaporiani che boccheggiano in mare. Il soccorso può avvenire pure via terra: ai Mondiali di atletica di Doha del 2019, nelle qualificazioni dei 5.000 metri maschili, il corridore arubano Jonathan Busby stramazza per la fatica desertica, e un avversario della Guinea, Braima Suncar Dabó, lo rialza e lo trascina di peso fino al traguardo.

E perfino il corpo dei rugbisti, di norma usato come un ariete per sfondare la difesa, può tramutarsi in rifugio: nel corso di una partita allo Stade de Toulousain, nel 2017, l’armadio australiano Talalelei Gray si piega sull’avversario Virgile Bruni, che si è appena rotto un ginocchio, per ripararlo da calci e pestoni (sopra). Anche la statunitense Abbey D’Agostino s’infortuna un ginocchio nelle batterie dei 5.000 alle Olimpiadi di Rio: se lo torce cadendo insieme alla neozelandese Nikki Hamblin, che l’accompagna alla meta dicendo addio alle qualificazioni.
A volte salta un arto, a volte un bullone. La leggenda del bob Eugenio Monti (sopra) ne prestò uno, nei Giochi di Innsbruck del 1964, all’equipaggio britannico per permettergli di proseguire la gara… e di vincerla davanti a lui. Del resto, non sempre arrivare primi consacra i campioni. Succede addirittura che sia il passo indietro a rivelarsi un capolavoro sportivo: ad Atene 2004 il nuotatore Michael Phelps, il «proiettile di Baltimora», l’olimpionico più decorato della storia, rinunciò alla staffetta e a un oro sicuro perché potesse vincerlo un suo compagno di squadra.

Poi ci sono immagini in cui la competitività sportiva è redenta dalla fraternità umana, scatti che diventano leggenda perché segnano un punto di svolta nell’immaginario collettivo. Poche rivalità sono state tanto accese, e tanto illuminate, quanto quella tra Coppi e Bartali. Tuttavia, una copertina d’annata del settimanale Sport illustrato ritrae Fausto che passa la borraccia a Gino, o Gino che la passa a Fausto (sopra), mentre i ciclisti, stremati, risalgono il Col du Galibier nel Tour de France 1952: un piccolo sorso per un uomo, un gigantesco sorso per l’umanità.


E se spesso si dice che nel calcio troppi soldi e troppi selfie, che la posta in gioco e la pressione mediatica inibiscono la vera sportività, bisogna ricordare che pure qui le eccezioni non mancano. Gaetano Scirea, per dirne una, non confezionò solo l’urlo di Tardelli nella finale di Spagna ’82 col suo assist (sopra), ma pure una magistrale storia calcistica senza una sola espulsione. Mentre Javier Zanetti di cartellini rossi ne ha presi appena due in due decenni: insignito di vari premi fair play e del premio Gentleman di Platino alla carriera, fu capitano dell’Inter del Triplete (sotto). Visto che più spesso non solo non si vincono tre titoli nello stesso anno, ma non se ne vince nemmeno uno, conviene fare tesoro delle parole con cui l’attuale presidente nerazzurro glossava la sconfitta contro il Siviglia: «Ci riproveremo l’anno prossimo, per migliorare ancora. Questa è la parte più importante».

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