Compagne di Russia

Cultura e Spettacolo di ilaria danieli

Monolitiche, coraggiose, abituate da secoli a confrontarsi con un clima, una società e un regime (dagli Zar a Stalin & Co.) che non consentono debolezze, le donne russe sono note soprattutto per una rocciosa fedeltà alle proprie cause, siano esse la patria, l’arte, la famiglia o l’amore. E anche per una incrollabile fiducia sul loro valore, oltre che sul loro fascino. «Una donna può tutto!», disse Marina Raskova, eroina militare dell’Armata Sovietica, battendo il pugno sul tavolo davanti a Stalin che metteva in dubbio la capacità delle donne di guidare aerei e sganciare bombe. Così Marina ottenne di poter arrangiare il primo reggimento di aviatrici che nel 1941, a bordo di fragili ma duttili biplani, ricevettero l’incarico di decollare al buio per attaccare il nemico tedesco: erano talmente veloci e precise da essere chiamate Streghe della notte. A loro è dedicato il racconto Una donna può tutto di Ritanna Armeni (Ponte alle Grazie, 2018), giornalista italiana che è riuscita a intervistare l’ultima «strega», nonagenaria, ancora in vita e padrona dei propri ricordi.
Generalizzare è sempre sbagliato, ma è fuor di dubbio che in qualunque campo vogliano farsi strada le donne di origine slava (russe, polacche, ucraine o georgiane) hanno più probabilità di successo delle europee, delle americane e delle asiatiche. Un’atleta, una violinista o una giocatrice di scacchi con l’accento sovietico, infatti, sono sempre le concorrenti più temute ai concorsi internazionali. Sono anche dotate, in media, di ottimi geni somatici, perciò quando non vincono per potenza, caparbietá e intelligenza, vincono per fascino e bellezza ed è probabilmente questo il motivo per cui molte ragazze dell’Est oggi affollano le passerelle della moda e i siti di incontri.
Il prezzo della parità rispetto ai colleghi maschi, pagato dalle temerarie aviatrici di Marina Raskova con grande sacrificio in termini di sonno, stanchezza, freddo e paura ma anche di qualsiasi vanità (niente trecce, tagliate di netto, né abiti che non fossero militari, né comfort minimi quali una toilette con la porta chiusa) si specchia del resto nel prezzo di tante battaglie femminili condotte in terra di Russia fin dal secolo scorso, ma anche prima, per ottenere la libertà dalla servitù della gleba, come la brillante e saggia cantante lirica Praskov’ja Kovaleva che arrivò a sposare il suo padrone, oppure per vedersi riconosciuto il ruolo di amante ufficiale dello Zar Nicola II in un paese che si stava disgregando, come la danzatrice Mathilda Kšesinskaja, o, infine, per difendere la libertà di stampa e di opinione come Ol’ga Berggol’c, la giornalista di Radio Leningrado che contribuì a tenere in vita la città durante l’assedio tedesco nel corso della Seconda guerra mondiale, e Anna Politkoskaya, autrice di reportage e libri sulla guerra cecena e molto critica nei confronti di Putin, uccisa in tempi recenti per motivi politici. I destini di queste e altre figure iconiche per la storia russa, ma quasi sconosciute all’estero, sono protagoniste del saggio di Margherita Belgiojoso, giornalista vissuta a lungo a Mosca, Là dove si inventano i sogni. Donne di Russia (Guanda, 2018) che le ha inanellate lungo un fil rouge cronologico e un laccio di conoscenze tra le une e le altre intessuto sulla storia russa pubblica e privata degli ultimi due secoli. Attrici, ballerine, attiviste e scrittrici che a diverso titolo hanno lasciato impresso il loro ritratto nell’album delle memorie storiche, sulle quali incombono i versi dolenti e penetranti di Anna Achmatova, lei sì nota anche fuori dai confini, autrice della frase scelta da Belgiojoso come titolo del suo libro e musa assente (citata solo nell’incipit) anche del libro di Ritanna Armeni.
Indomite, orgogliose, capaci di soffrire qualsiasi pena per amore o per un ideale, donne così erano naturalmente predisposte alla conquista degli inquieti e spesso fragili uomini occidentali, che, infatti, caddero numerosi nella rete delle aristocratiche emigrées rifugiatesi nelle capitali europee all’indomani della Rivoluzione d’ottobre o durante il periodo staliniano. Ne seppe qualcosa anche Giorgio de Chirico, pittore e padre nobile dell’arte metafisica, non propriamente un estroverso, che nel corso della vita s’innamorò con devozione di diverse donne di provenienza slava e ne sposò due, come rivelano i carteggi recentemente pubblicati da SilvanaEditoriale (Lettere 1909-1929. Giorgio de Chirico). Alla prima, Raissa Gourevitch, danzatrice di origine nobile già sposata con un regista, l’artista mandò lettere febbrili, cariche di sentimenti infuocati, e con lei, nel frattempo entrata in crisi col marito, trascorse un periodo molto felice a Parigi, prima di sposarla ufficialmente. Ma Raissa fece l’errore di scrivere all’amatissima madre di lui, non si sa bene per dirle cosa, e de Chirico non perdonò l’intrusione allontanandosi e innamorandosi di un’altra donna. Tuttavia sposò Raissa per garantirle un sostegno economico, impegno al quale non venne mai meno anche se i due vivevano separati. I pensieri dell’autore delle famose piazze metafisiche erano ormai totalmente assorbiti dalla polacca Isabella Pakszwer Far, la seconda moglie che gli restò vicino fino alla fine. Più o meno nello stesso periodo un altro uomo introverso e con un complesso di Edipo molto forte, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, cedette al fascino russo di una donna fuori dal comune, ovvero Alexandra von Wolff-Stomersee detta Licy, figlia del maestro di corte dello zar Nicola II di Russia, che divenne la prima psicanalista italiana e figura di riferimento del settore nel secondo Dopoguerra, riconosciuta come maestra dallo stesso Cesare Musatti, il fondatore della psicanalisi italiana: ma anche in questo caso la conflittualità con la madre di lui, Donna Beatrice Tasca di Cutò, fece naufragare il matrimonio.
Alla rassegna di figure femminili con legnoso accento sovietico che ultimamente affollano i libri italiani, non può mancare Olga Ivinskaja, protagonista dell’ultimo libro di Pierluigi Battista, Il senso di colpa del dottor Živago (la Nave di Teseo, 2018.), una donna appassionata e solida che visse una storia d’amore con Boris Pasternak molto tormentata dal regime e logorata dalla fragilità di lui. Se, infatti, lo scrittore, molto cedevole ai compromessi pur di non vedere messo in crisi lo status e il relativo benessere di cui godeva, trovò solo accanto a lei il coraggio di scrivere il suo capolavoro, bandito da Stalin per il ritratto negativo che faceva della Russia rivoluzionaria, fu lei a dover pagare con la deportazione in Siberia la pena che a Pasternak venne risparmiata. Personaggi come Olga, così coraggiosa e fedele, rendono onore a tante eroine dei climi freddi sopravvissute ai drammi più devastanti del secolo, donne che meriterebbero di essere conosciute anche fuori dalle loro latitudini.

Classifica elaborata 03 aprile 2019
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