Manager, consulenti e imprenditrici che hanno messo la loro professionalità al servizio degli altri. Volitive e instancabili, dal lavoro nel profit hanno imparato regole e strumenti che applicano con successo nel terzo settore tra raccolte di fondi, iniziative di charity, progetti di ricerca. A sostenerle, una motivazione incrollabile, che produce un dividendo di entusiasmo contagioso per chi collabora e si confronta con loro.
"Dopo anni di esperienza come consulente nella comunicazione d'impresa, volevo occuparmi di qualcosa di diverso e più profondo", racconta Monica Ramaioli, direttore della Fondazione Umberto Veronesi, che si occupa di ricerca scientifica e di divulgazione. "Nel 2004 ho accettato così di lavorare per la Fondazione, stimolata dall'approccio del professor Veronesi, dalla sua apertura mentale. Il primo progetto di cui mi sono occupata è stata sensibilizzare le donne contro il fumo, motivata anche, come mamma, a una paricolare responsabilità educativa". L'iniziativa di cui è più soddisfatta? "La Fondazione in sé stessa, che in pochi anni è cresciuta ed è animata da una squadra di lavoro affiatata, preparata e che mette grande passione in ciò che fa".
"Con il volontariato ho imparato il senso del limite personale e a riconoscere che nella vita non esiste solo il bianco e il nero, ma bisogna saper convivere con il grigio, rendendolo il meno opaco possibile". Lo afferma Francesca Crippa in Floriani, medico e anima dell'Associazione che supporta la Fondazione Floriani, organizzazione non profit attiva nei servizi di assistenza domicilaire e residenziale ai malati inguaribili. Fra i successi di Francesca, oltre a eventi come la celebre mostra-mercato del Fondaco di Milano per la raccolta fondi, c'è l'aver contribuito alla legge quadro n. 38/2010 sulle cure palliative, diventate un diritto acquisito di tutti i cittadini.
Avviare una start-up da zero, in un ambiente internazionale e per un obiettivo sociale. Una sfida che ha convinto subito Maria Serena Porcari, una laurea con lode in economia alla Bocconi e otto anni di brillante carriera in Ibm, a lasciare il mondo delle corporation per aderire al progetto Dynamo Camp dell'imprenditore e filantropo Vincenzo Manes. Si tratta di un camp di terapia ricreativa nell'oasi Wwf di Limestre (Pt), primo in Italia, che ospiata gratuitamente per periodi di vacanza bambini affetti da patologie gravi e croniche. "Nel non profit ci vuole coraggio e mai perdere l'entusiasmo, anche quando", racconta Maria Serena, "si chiudono delle porte o c'è qualcuno che si rifiuta di collaborare":
Il terzo settore, accanto all'attività imprenditoriale, è sempre stato un impegno costante per Ilaria Borletti Buitoni, presidente Fai dal 2010. Per lungo tempo ha fatto la volontaria un mese all'anno nell'ospedale di Wamba, nel Nord del Kenya, e in seguito, come presidente di Amref Italia, ha segito alcuni programmi sanitari in Africa. "Ritengo fondamentale lo sviluppo dei paesi arretrati anche per l'equilibrio del mondo intero", afferma. Dopo anni di cooperazione internazionale, ha infine accolto l'invito alla presidenza del Fai. "Mi sentivo in dovere di fare qualcosa anche per l'Italia ed è assai graticante guidare una fondazione che rappresenta una voce autorevole e indipendente nella tutela dell'ambiente e dei beni culturali".
"Ho cominciato presto a lavorare nella moda facendo la designer di accessori nell'azienda di famiglia e, pur amando moltissimo il mio lavoro, mi sono sentita a un certo punto fagocitata dai suoi ritmi", racconta Ilaria Venturini Fendi, figlia di Anna Fendi, che ha deciso di cambiare vita e acquisire un'azienda agricola convertita al biologico alle porte di Roma. Questo impegno, unito al suo estro, hanno dato inizio all'avventura di Carmina Campus, progetto di riuso e riciclo creativo applicato alla moda e al design, nato nel 2006. L'iniziativa collabora con Aidos, ong che si occupa di diritti umani delle donne nei paesi in via di sviluppo e con Itc (International Trade Centre).
"Non possiamo promettere miracoli, ma sicuramente impegnarci al meglio per rispondere alle urgenti aspettative dei malati, che poi è il vero fine della ricerca scientifica", afferma Francesca Pasinelli, diretotre generale della Fondazione Telethon. Una laurea con lode in farmacia e una specializzazione in farmacologia, Pasinelli si è avvicinata a Telethon per un progetto di responsabilità sociale della multinazionale farmaceutica Schering Plough in cui, all'epoca, lavorarava e, dal 1997 al 2007, è stata direttore scientifico di Telethon. "Mi affascinava la mission della Fondazione e sono contenta di aver contribuito alla revisione del processo di assegnazione dei fondi introducendo i sistemi di valutazione della ricerca accreditati a livello internazionale", racconta. "L'esperienza nel profit mi ha permesso di dare del valore aggiunto, in fondo anche per Telethon è importante generare un profitto, offerto a tutta la comunità in termini di un maggior sostegno alla migliore ricerca".